HENRI PIRENNE.
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STORIA D'EUROPA DALLE INVASIONI AL SEDICESIMO SECOLO.
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Parte 2.
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1991, 2006 Newton Compton editori.
ISBN 978-88-541-2613-8.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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LIBRO TERZO. L'EUROPA FEUDALE.
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Capitolo primo. La dissoluzione dell'impero.
1. Le cause interne.
2. Il papa e l'imperatore.
3. I nemici esterni.
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Capitolo secondo. La divisione dell'Europa.
1. Il trattato di Verdun.
2. I nuovi Stati.
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Capitolo terzo. Il feudalesimo.
1. La disgregazione dello Stato.
2. La nobiltà e la cavalleria.
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LIBRO QUARTO. LA GUERRA DELLE INVESTITURE E LA CROCIATA.
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Capitolo primo. La Chiesa.
1. Il papato.
2. La riforma di Cluny.
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Capitolo secondo. La guerra delle investiture.
1. L'impero e il papato da Enrico Terzo (1039).
2. Il conflitto.
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Capitolo terzo. La Crociata.
1. Le cause e le condizioni.
2. La presa di Gerusalemme.
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LIBRO QUINTO. LA FORMAZIONE DELLA BORGHESIA.
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Capitolo primo. La rinascita del commercio.
1. Il commercio mediterraneo.
2. Il commercio del nord.
3. I mercanti.
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Capitolo secondo. La formazione delle città.
1. Le città e i borghi.
2. Le città.
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Capitolo terzo. L'espansione delle città e le sue conseguenze.
1. L'espansione.
2. Conseguenze per la popolazione rurale.
3. Altre conseguenze.
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Fine Indice.
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LIBRO TERZO. L'EUROPA FEUDALE.
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CAPITOLO PRIMO La dissoluzione dell'Impero.
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1. Le cause interne.
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La gloria di Carlomagno non deve creare illusioni sulla solidità dell'opera politica da lui compiuta. In realtà, niente era più fragile dell'Impero. La debolezza di Ludovico il Pio, le lotte dei suoi figli, le incursioni dei Normanni, degli Slavi e dei Saraceni non hanno fatto che affrettare un crollo le cui cause sono, sì, interne, ma talmente evidenti da imporsi spontaneamente all'osservazione.
All'immenso territorio che va dalle marche dell'Elba e del Danubio alla marca dell'Ebro, in Spagna, e ai possedimenti del papa in Italia, mancavano i requisiti essenziali che fondano uno Stato. Il Regno merovingio aveva almeno cercato di formarsi sulla base delle istituzioni romane. Per quanto grossolana fosse la sua organizzazione, il suo assolutismo amministrativo era, tutto sommato, un sistema politico. Invano si cerca qualcosa di analogo nella monarchia carolingia. Tutto, qui, sembra incoerente. Il potere del sovrano che dovrebbe dare impulso al sistema, non riesce a imporgli la propria azione. Costretti a fare i conti con l'aristocrazia a cui devono la corona, Pipino il Breve e Carlomagno non poterono rifiutarle un posto nel governo. I nobili del Regno deliberano insieme ai re e un conventus li riunisce di solito a corte per le feste di Natale e di Pasqua. Ma qual è la competenza, quali sono le attribuzioni di questi consiglieri? Vaghe e incerte come la composizione delle loro assemblee, aggregazioni di ecclesiastici e laici che, senza titolo né mandato, si ritiene rappresentino il popolo. Lex fit consensii populi et constitutione regis, dice un capitolare: la legge si fa con l'assenso del popolo e la costituzione del re. Bella formula che però, in realtà, non significa niente. Infatti, moltissimi capitolari non sono stati sottoposti alle assemblee, e per quelli che lo sono stati, si ignora quale parte esse vi abbiano avuto. Del resto, niente merita il nome di legge meno di queste ordinanze, insieme eterogeneo di decisioni amministrative, di regolamenti, dichiarazioni di principio, misure di circostanza o editti permanenti, di cui si ignora, per lo più, se siano stati mai applicati, né se fossero rivolti a tutto l'impero o solo ad alcune regioni. Inoltre, abbondano di contraddizioni, senza che sia mai chiaro se i testi successivi abroghino i precedenti o se occorra cercare di conciliarli in qualche modo. L'impressione generale che si trae da questo guazzabuglio è quella di una volontà regia, appassionatamente determinata a fare il bene, avida di progresso, d'ordine e di giustizia, che si sforza di realizzarli senza riuscirvi. Qui, il potere del re, nel modo in cui quasi sempre si manifesta e si esprime, appare quello di un sovrano assoluto, il cui assolutismo è però doppiamente limitato. Lo è, prima di tutto, dalla morale cristiana, che accetta. Lo è, in secondo luogo, dalla necessità di non scontentare l'aristocrazia, che subisce. È evidente che al fondo della coscienza, l'imperatore carolingio non si sente responsabile di fronte a Dio e se tollera l'ingerenza dell'aristocrazia nel potere, è perché non può fare altrimenti. Fra il re e i nobili - con i quali il re delibera - la fiducia reciproca manca fin dall'inizio e ben presto sarà la mancanza di buona fede a viziare i loro rapporti. In breve, si può dire che l'ordinamento carolingio poggia su un malinteso: le due forze che sembrano alleate sono in realtà due avversari.
Sotto Carlomagno, la più potente delle due, parata dello splendore delle vittorie del monarca e della recente novità della sua dignità d'imperatore, è quella del sovrano. Ma la più vigorosa e la più favorita dalle circostanze e dall'organizzazione sociale, è quella dell'aristocrazia. Questa aristocrazia si definisce popolo, e in un certo senso ha ragione, perché il popolo è scomparso nelle sue pieghe. Lo assorbe nelle sue proprietà, e per tutti coloro che dipendono da lei, vale a dire per la maggior parte della popolazione, essa sostituisce al potere pubblico dello Stato un potere privatistico di protezione e di giurisdizione. I sudditi diretti che rimangono al sovrano al di fuori dell'aristocrazia, si riducono a ben poca cosa e si vanno rarefacendo di anno in anno. Carlo ha visto il pericolo e ha cercato di fronteggiarlo. Diminuendo le tasse che il servizio militare e il servizio giudiziario imponevano agli uomini liberi, ha tentato di proteggere chi aveva conservato questa libertà, divenuta sempre più rara. Le sue misure hanno subito la sorte di tutti i tentativi fatti per arrestare l'evoluzione sociale sulla china dove la trascinano gli interessi e i bisogni: non hanno apportato alcun cambiamento a quanto era inevitabile. I contadini non hanno smesso di cedere le proprie terre ai nobili e di aggregarsi alle loro proprietà.
E anche qui si riconosce il malinteso che sta alla base dell'organizzazione carolingia. Sulla questione del mantenimento degli uomini liberi, l'interesse dell'imperatore e quello dell'aristocrazia sono in conflitto diretto. Ora, è a questa aristocrazia che l'imperatore deve affidare la realizzazione dei propri disegni, perché è fra i suoi membri che deve reclutare i propri funzionari. Gli altri devono dunque optare fra il proprio vantaggio e il vantaggio del sovrano. Ma non potendo servire lui se non a proprio scapito, quale può essere la speranza che decidano di farlo?
E contro la loro inerzia o la loro cattiva volontà non c'è rimedio. Non c'è dubbio che in linea di diritto l'imperatore possa destituire i conti, visto che è lui a nominarli. Ma di fatto, è impotente di fronte a loro. Perché non sono semplici strumenti del suo potere, semplici funzionari scelti in piena indipendenza, estranei agli uomini che amministrano e disposti a passare da una circoscrizione all'altra, all'ordine del padrone. Ognuno di loro appartiene invece alla regione che governa: spesso, e da molte generazioni, ne è il più grande proprietario, l'uomo più influente; possiede beni di famiglia sparsi in tutta la contea; gli abitanti, di padre in figlio, sono suoi servi o suoi vassalli; è nato in mezzo a loro e fra loro morirà - se non va a morire lontano, su un campo di battaglia - come è stato per suo padre, da cui, quasi sempre, eredita il titolo di conte. Quindi, nella regione a cui sovrintende, appare più come un signore che come un rappresentante dell'imperatore. Stando così le cose, è impossibile pensare di trasferirlo o di destituirlo, senza che, agli occhi del popolo, il successore passi per un usurpatore e un intruso.
Questa impotenza dello Stato nei confronti dei suoi funzionari trova spiegazione nella situazione finanziaria. Gli ultimi residui del sistema di imposte romano sono scomparsi alla fine del periodo merovingio, o si sono trasformati in canoni usurpati dai nobili. Due fonti alimentano ancora il tesoro imperiale: una discontinua e capricciosa: il bottino di guerra; l'altra fissa e regolare: le entrate delle proprietà appartenenti alla dinastia che è l'unica in grado di fornire le risorse necessarie ai bisogni correnti. Carlo se ne è occupato scrupolosamente e il famoso Capitulaire de villis dimostra, con la meticolosità dei particolari, l'importanza che egli attribuiva alla buona amministrazione delle sue terre. Ma ciò che da esse ricavava erano proventi in natura appena sufficienti al vettovagliamento della corte. In realtà, l'impero carolingio non dispone di finanze pubbliche e basta questo per valutare a qual punto la sua organizzazione sia rudimentale, a paragone con quella dell'impero bizantino e dell'impero dei califfi, con le loro imposte percepite in denaro, il controllo finanziario e la centralizzazione fiscale che sopperisce agli stipendi dei funzionari, ai lavori pubblici, al mantenimento dell'esercito e della flotta.
Ridotto a disporre solo delle risorse dei propri possedimenti privati, l'imperatore non poteva far fronte ai costi di un'amministrazione degna di questo nome. Ora, perché il funzionario sia alle dipendenze dello Stato, occorre che lo Stato non solo lo nomini, ma lo paghi. Qui, mancando il denaro, lo Stato è costretto a ricorrere ai servigi gratuiti dell'aristocrazia, e ciò lo pone nella situazione paradossale di prendere come collaboratori proprio i membri di una classe sociale la cui potenza non può aumentare se non a costo del suo indebolimento. Il pericolo è troppo evidente perché non si sia cercato di farvi fronte in qualche modo. Dalla fine dell'ottavo secolo, si pretende che i conti, al momento dell'assunzione della carica, prestino un giuramento speciale di fedeltà analogo a quello dei vassalli. Ma il rimedio è peggiore del male. Perché il vincolo di vassallaggio, legando il funzionario alla persona del sovrano, indebolisce, o addirittura annulla, il suo carattere di funzionario pubblico. Inoltre, lo induce a considerare la propria carica come un feudo, vale a dire come un bene di godimento e non più come un potere delegato dalla corona ed esercitato in suo nome. Per di più, questo sistema, ogni volta che il regno passa in altre mani, dà luogo a una delle crisi più pericolose. Il nuovo principe si trova infatti di fronte all'alternativa o di mantenere in carica i funzionari fedeli al suo predecessore o di sostituirli con i propri. Nel primo caso, si condanna a governare con un personale che non conosce, nel secondo, è inevitabile che, fin dal primo giorno, faccia nascere pericolosi malcontenti.
Da qualsiasi punto di vista si guardi, l'organizzazione amministrativa dell'impero manca dunque dei requisiti essenziali a qualsiasi amministrazione statale: la subordinazione e la disciplina. A confronto con quella della Chiesa, dove la gerarchia determina il ruolo e la responsabilità di ciascuno, essa appare immersa in una crassa anarchia. L'istituzione dei missi dominici ha avuto evidentemente lo scopo di migliorarla attraverso il controllo. Appaiono qui in piena luce l'iniziativa personale di Carlomagno e la sua tendenza a migliorare le istituzioni laiche, ispirandosi all'esempio della Chiesa. Così come la Chiesa era suddivisa in arcivescovati, ciascuno dei quali comprendeva un certo numero di diocesi, allo stesso modo egli ha ripartito l'impero in vaste circoscrizioni (missatica), ciascuna delle quali abbraccia più contee. In ogni circoscrizione, due inviati imperiali (missi dominici), un ecclesiastico e un laico, sono incaricati di sorvegliare i funzionari, di rilevare gli abusi, di interrogare il popolo e di redigere un rapporto annuo sulla loro missione. Niente di meglio, niente di più utile, niente di più salutare di una simile istituzione, purché ne consegua una sanzione. Ora, di fatto, di sanzioni non ve ne sono, perché i cosiddetti funzionari, lo abbiamo visto, sono praticamente inamovibili. Non si rileva da nessuna parte che i missi dominici siano riusciti a correggere gli inconvenienti che dovettero notare ovunque, in quantità: la realtà è stata più forte della buona volontà dell'imperatore.
La creazione dei missi basta a provare che Carlomagno, certo per influenza dei consiglieri ecclesiastici, si rendeva perfettamente conto dell'inadeguatezza dei mezzi di cui disponeva il governo. Il suo ideale sarebbe stato di riformarli sul modello dell'amministrazione della Chiesa, ma non ebbe potere sufficiente per realizzarlo. Si può ben dire che lo spirito che lo anima è tutto romano. È un'immensa illusione vedere in lui, come spesso si è fatto, l'adepto di non so quale indefinibile germanesimo, di cui invano si cerca traccia nella sua opera. A questo riguardo, la leggenda ha visto più giusto di tanti storici. Nei ricordi popolari della Germania, Carlo è rimasto il legislatore per eccellenza, il vincitore della barbarie, il fondatore dell'ordine sociale. E infatti, per i popoli pagani o semipagani, egli è stato tutto ciò, ma lo è stato attraverso il suo governo ecclesiastico. L'insediamento definitivo della Chiesa di Germania e la sottomissione del popolo ai dogmi e alla morale cristiana, è a tal punto opera sua, da farlo apparire, nella tradizione, come un personaggio quasi sacro. È certamente a questa tradizione che si ispirava la fantasia di Albrecht Durer, quando gli diede quell'insolita e maestosa sembianza che fa pensare più a un papa laico che a un imperatore. L'alleanza stretta dello Stato con la Chiesa, l'identificazione della società politica con la società cristiana, e la sua necessaria conseguenza, la religione di Stato, ecco la sostanza dell'opera carolingia, ciò che ne è sopravvissuto e che, per secoli, ha determinato lo sviluppo della società europea.

2. Il papa e l'imperatore.

La morte di Carlo (28 gennaio 814) non provocò la minima crisi. Nell'813 egli aveva fatto prendere, da cinque sinodi provinciali, una serie di disposizioni riguardanti l'organizzazione dell'impero. Queste disposizioni erano state ratificate lo stesso anno da un'Assemblea generale, convocata ad Aquisgrana, nel corso della quale egli aveva avuto la precauzione di porre personalmente la corona imperiale sul capo di Ludovico, l'unico sopravvissuto dei suoi figli. La successione si compì fra il consenso generale. L'Impero godeva di una pace profonda: niente, all'esterno, tradiva il prossimo scatenarsi dei contrasti che lo avrebbero fatto crollare. L'ideale essenzialmente ecclesiastico che Carlo coltivava rispetto al potere imperiale, si imprime nell'educazione che fece dare al figlio. Un'educazione tutta latina e clericale, ed è a giusto titolo che la tradizione attribuisce al secondo imperatore carolingio il soprannome di "Pio". Ma la sua devozione, se così si può dire, fu prima di tutto una devozione politica, e si confonde con una concezione laica del potere, che trova la sua ragion d'essere nel sostentamento e nella protezione della Chiesa. L'indipendenza di sovrano e il carattere originario di re dei Franchi che Carlo, divenuto tardi imperatore, ha conservato fino alla fine, scompare nel figlio. Ludovico, fin dal suo avvento al trono, rinuncia a continuare a definirsi re dei Franchi e dei Longobardi: il solo titolo che porta è quello d'imperatore, significando con ciò che la sua autorità è universale quanto quella del papa e che, come quella, si estende a tutti i cristiani. Ed è proprio a questo che avrebbe portato l'orientamento della politica carolingia, dopo l'incoronazione dell'anno 800. Fra Carlo e Ludovico secondo non c'è la minima opposizione di tendenze, anche se c'è una differenza lampante di potenza e di genio personali. Il potere imperiale, quale l'ha inteso Ludovico, non è altro che l'evoluzione logica e compiuta dell'idea che domina Carlo in tutta l'ultima parte della sua carriera, e il grande imperatore ha voluto e preparato personalmente lo spirito nel quale avrebbe regnato il suo debole successore.
Ludovico si trovò immediatamente di fronte a una questione che era stata risparmiata al padre e che avrebbe permesso di mettere alla prova la solidità dell'Impero. Aveva tre figli: Lotario, Ludovico (il Germanico) e Pipino. In che modo definire la successione? L'idea della divisione in parti uguali tra i figli del sovrano era stata sempre applicata dall'inizio della monarchia franca. Ma il potere imperiale era, per sua natura, indivisibile, come quello del papa. Bisognava dunque considerare l'impero fuso indissolubilmente allo Stato, al punto che la successione monarchica fosse retta dallo stesso principio della successione imperiale? Oppure, distinguendoli l'uno dall'altro, procedere alla spartizione dello Stato, riservando a uno degli eredi l'autorità imperiale? Ludovico si fermò a una misura che, pur senza rompere interamente con l'usanza della spartizione, la sacrificava tuttavia al principio dell'unità. Nell'817, associò a sé, come co-reggente dell'impero, Lotario, suo figlio primogenito, e lo designò come suo erede; i due figli cadetti, invece, ricevevano ciascuno una sorta di appannaggio con il titolo di re: Pipino, l'Aquitania; Ludovico, la Baviera. Così facendo, Ludovico si pronunciava dunque contro la vecchia concezione della monarchia laica quale era stata praticata dai Merovingi, e in favore della nuova concezione ecclesiastica dell'impero, e non c'è da dubitare che queste disposizioni le abbia prese di comune accordo con il papa. Ma i cadetti danneggiati si consideravano vittime di un'ingiustizia e non aspettavano altro che l'occasione per prendersi la rivincita. Questa si presentò senza che dovessero crearla. Vedovo, nell'819 Ludovico aveva sposato, per la sua bellezza, Giuditta, figlia del duca degli Alemanni. Di temperamento appassionato e sensuale, come lo furono quasi tutti i Carolingi, egli non tardò a cadere in balìa del volere della consorte e quando, nell'823, lei lo rese padre di un quarto figlio, Carlo (il Calvo), non ebbe la forza di resistere al suo ardore appassionato e di porre fine agli intrighi da lei messi in opera per assicurare a questo figlio quanta più parte possibile dell'eredità paterna. Non fu difficile a Giuditta guadagnare Ludovico (il Germanico) e Pipino alla propria causa e istigarli contro Lotario; e ancor più facile le fu assicurarsi con promesse la collaborazione di una parte dell'aristocrazia. Nell'Impero si formarono quindi due partiti, o piuttosto due fazioni: una che aveva come programma la spartizione della successione fra tutti i figli dell'imperatore, l'altra che rimaneva fedele all'idea dell'unità24. All'inizio, prevalsero i primi; Lotario, privato del titolo di reggente, si precipitò in Italia per sottoporre il contenzioso al papa, mentre Ludovico, obbedendo a Giuditta, procedeva a una nuova spartizione della monarchia tra i suoi quattro figli. I vantaggi che ne derivarono a Carlo, lo misero ben presto in contrasto con Ludovico (il Germanico) e con Pipino, che si riavvicinarono a Lotario. Nell'833, questi, alla testa di un'armata, attraversava le Alpi, accompagnato dal papa Gregorio IV, si univa ai fratelli e marciava insieme a loro contro il padre. Lo scontro ebbe luogo sulla pianura del Reno, vicino a Colmar. Sembrò che il vincitore della giornata fosse Lotario, ma in realtà fu il papa. In nome della pace della Chiesa, di cui l'impero non era altro che la forma temporale, egli rivendicò a sé il diritto d'intervento, restituì a Lotario la dignità originaria e impose al vecchio imperatore, colpevole di aver turbato la quiete della cristianità, una penitenza umiliante. Con logica impietosa si manifestava la prima conseguenza dell'unione stretta fra il papa e l'imperatore: questo si piegava, quello si innalzava, e la primitiva alleanza dei due poteri dava luogo alla subordinazione del secondo al primo.
Ma non era questo ciò che avevano voluto Ludovico (il Germanico) e Pipino. Essi ripresero le armi e la lotta continuò con un'ostinazione in cui si confondevano le ambizioni contrastanti e gli interessi personali. Né la morte di Pipino (838), né quella dell'imperatore (840) l'interruppero. Si concluse finalmente nell'843 con il Trattato di Verdun, per sfinimento di tutti.
Fu un compromesso, ma un compromesso che ridimensionava di molto la portata dell'idea imperiale. La monarchia era divisa, nel suo complesso, in tre parti uguali. Quella centrale, che tagliava l'Europa a metà e si stendeva, senza tenere conto delle frontiere naturali né della natura dei popoli, dalla Frigia agli Stati pontifici, veniva assegnata a Lotario. Egli conservava inoltre il titolo di imperatore ed esercitava sui due fratelli, Ludovico e Carlo, che regnavano rispettivamente sulle regioni dell'est e dell'ovest, un primato non ben definito. Così, l'identità fra Impero e Stato franco, presente sotto Carlomagno e Ludovico il Pio, scompariva. L'unità imperiale non esisteva più se non in teoria; la sua universalità cessava di corrispondere alla realtà delle cose, perché l'imperatore, di fatto, governava ormai solo su un terzo della cristianità occidentale. Dopo la morte di Lotario (855) fu ancora peggio. Egli lasciava tre figli che, a loro volta, si spartirono le sue terre. Il maggiore, Ludovico secondo, prese per sé l'Italia e il titolo imperiale. Sotto Lotario, l'imperatore era stato potente almeno quanto i due re suoi fratelli. Sotto Ludovico secondo, non era più che un sovrano di secondo piano, infinitamente meno potente dei suoi zii, Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo. Il contrasto tra ciò che avrebbe dovuto essere l'imperatore e ciò che era in realtà si sarebbe approfondito sempre più. Si può dire che, se c'era ancora un imperatore, non c'era più un Impero.
A questo declino incessante del potere imperiale fa da contrappunto l'ascesa corrispondente e simultanea del potere pontificio. Poiché l'equilibrio delle due forze preposte alla cristianità sta venendo meno, l'una deve necessariamente approfittare di ciò che perde l'altra. Già le circostanze hanno portato Gregorio quarto a fare da giudice tra Ludovico il Pio e i suoi figli. Sotto Ludovico secondo, Nicola I (858-867) rivendica e impone la superiorità del potere pontificio sul potere imperiale. Con lui, cessa la politica d'alleanza iniziata sotto Carlomagno. Il capo della Chiesa, in virtù dell'origine divina del suo potere, si considera ormai arbitro e guida dei depositari della potenza temporale, re o imperatore che siano. Dipendenti da lui in quanto cristiani, soggetti alla sua giurisdizione morale in quanto peccatori, egli ottiene che si sottomettano a una sanzione che ne garantisca l'obbedienza. Da quel momento, il papa può e deve, se lo ritiene necessario al servizio di Dio e della Chiesa, intervenire nelle questioni dei prìncipi, e Nicola s'impegna senza esitare su questa via dove lo seguiranno Gregorio settimo e Alessandro secondo e che porterà Innocenzo terzo e Innocenzo quarto a quell'egemonia teocratica a cui metterà fine la catastrofe di Bonifacio ottavo. Egli non ebbe occasione d'intervenire nelle grandi questioni politiche, ma la scomunica con cui fulminò il re della Lotaringia, Lotario secondo, in occasione del suo divorzio, che si concluse con l'umiliazione del colpevole, non fu che un intervento d'ordine morale, ma la sua eco rimbalzò per tutta l'Europa.
I "falsi decretali" che nel nono secolo si diffusero nella Francia del nord, e i cui testi apocrifi costruiti con grande abilità, attribuiscono al papa una potenza sull'intero corpo episcopale che non aveva esercitato mai fino a quel momento, contribuirono ancor più ad affermare il primato di Roma. Nicola volle farlo riconoscere anche alla Chiesa d'Oriente e lanciò la scomunica contro il patriarca Fozio, senza altro risultato se non di aggravare ancor più il conflitto che si andava esasperando fra i due poli della cristianità, quello greco e quello latino.
La morte di Ludovico secondo (875) fornisce al papato una nuova occasione per affermare la propria superiorità sull'impero, dimostrandogli la sua dipendenza dalla Chiesa piuttosto che dalla dinastia. Poiché Ludovico secondo non aveva figli, il suo consanguineo più prossimo in linea maschile era Carlomanno, figlio di Ludovico il Germanico, che aveva designato come proprio erede. Giovanni ottavo (872-882) decise altrimenti, chiamò a Roma Carlo il Calvo e lo incoronò.
Dalla metà del nono secolo, l'ascendente del papa non aveva dunque cessato di trionfare sul potere dell'imperatore. Ma questo ascendente aveva potuto esercitarsi solo perché gli imperatori lo avevano permesso. Da solo, il papa, ridotto al possesso del piccolo Stato romano, non avrebbe potuto assolutamente resistere alla minima aggressione. Anzi, l'autorità di cui godeva e di cui stava dando dimostrazioni così evidenti, la doveva in definitiva a quei Carolingi che incoronava e che, in cambio, gli accordavano la loro protezione. Situazione paradossale, questa, che permetteva al papa di dominare l'imperatore soltanto nella misura in cui l'imperatore gli garantiva la libertà, e che lasciava trionfare la potenza spirituale sul potere laico soltanto grazie all'appoggio che ne riceveva. Ora, l'anarchia politica nella quale l'Europa scivola sempre più rapidamente, alla fine del nono secolo, all'improvviso toglie al papa questo protettore indispensabile. Carlo il Calvo è l'ultimo imperatore che abbia ancora goduto d'un prestigio e di una forza reali. Dopo di lui, sotto la spinta irresistibile del feudalesimo, sotto i colpi dei Normanni, dei Saraceni, degli Slavi e degli Ungheresi, sotto l'influenza del particolarismo regionale, sotto l'azione delle ambizioni, degli intrighi e delle rivalità personali, ciò che ancora sopravviveva dell'ordine carolingio crollerà, e i prìncipi, che si chiamino re o imperatori, sono tutti impotenti allo stesso modo. Da quel momento, Roma viene abbandonata al proprio destino e il papato si vede improvvisamente posto di fronte a pericoli ben più grandi di quelli che lo avevano minacciato una volta, al tempo dei Longobardi. Infatti, se i Longobardi si ostinavano a voler conquistare Roma, non avevano niente contro il papa. Ora, invece, è la libertà stessa del papato a essere minacciata. Poiché il papa dispone della corona imperiale, ormai per ottenerla basterà fargli violenza e costringere con la minaccia la sua debolezza a esercitare il diritto che si rivendica. Già dopo la morte di Carlo il Calvo, Carlo il Grosso, avanzando verso Roma alla testa di un'armata, ha costretto Giovanni ottavo a incoronarlo (881). Poi, subito dopo, si assiste al triste spettacolo della concomitante degradazione del papa e dell'imperatore. Dopo la deposizione di Carlo il Grosso e la rottura definitiva dell'unità carolingia, due notabili italiani, il marchese del Friuli, Berengario, e il duca di Spoleto, Guido, si disputano l'antica corona longobarda e si fanno incoronare entrambi re a Pavia. La dignità imperiale era vacante: Guido decise di attribuirsela. Non ebbe che da entrare a Roma con i suoi soldati per ottenerla dal papa Stefano sesto(891) e qualche tempo dopo, costrinse il successore di lui, Formoso, a conferirla anche a suo figlio Lamberto. Quanto erano caduti in basso l'impero e il papato in pochi anni! Formoso capì che per risollevarli entrambi occorreva fare appello alla forza. Arnoldo, duca di Carinzia, aveva appena riportato una strepitosa vittoria sui Normanni e sembrava promettere un regno glorioso. Il papa sollecitò il suo appoggio contro l'odiosa tirannia di cui era vittima. Arnoldo passò le Alpi, diede l'assalto a Roma, difesa dagli Spoletini, ricevette la corona imperiale (896), e ripartì per la Germania. Lamberto poteva prendersi la rivincita, che fu ripugnante e tragica come lo erano divenuti i costumi politici e religiosi. Poiché Formoso era morto, lo fece esumare e, alla presenza del cadavere, un sinodo procedette a una parvenza di giudizio, dopo il quale il corpo del papa fu consegnato al popolo che lo gettò nel Tevere. Arnoldo non riattraversò le Alpi e il papato fu più che mai il balocco in mano agli intriganti ambiziosi che si disputavano l'impero, come tanti altri si disputavano altrove un feudo o una provincia, e senza che il mondo vi prestasse più attenzione. Morto Lamberto, Berengario del Friuli riprese il sopravvento in Italia. Luigi, re di Borgogna, gli mosse guerra, lo vinse e approfittò dell'occasione per farsi incoronare imperatore da Benedetto quarto (900). Cinque anni dopo, Berengario lo catturò a Verona, lo fece accecare e lo scacciò dalla penisola. Poi, nel 919, si faceva a sua volta consacrare imperatore da Giovanni decimo. Era difficile degradare più di così il titolo instaurato da Carlomagno, e, difatti, esso non vide mai abiezione peggiore. Dopo l'assassinio di Berengario del Friuli (924), non ci sarebbero più stati imperatori fino all'incoronazione di Ottone I (962).



3. I nemici esterni.

I nemici, Normanni e Arabi, di cui l'impero ebbe così crudelmente a soffrire nel nono secolo, non lo attaccarono a causa della sua debolezza e non gli sferrarono mai attacchi deliberati. Il campo d'azione dei primi nel mare del Nord, e dei secondi nel Mediterraneo, era assai lontano dalle spiagge dello Stato carolingio; insomma, le aggressioni di cui questo fu oggetto non sono che un episodio, nella storia di incursioni marittime, a cui non potè sfuggire, ma di cui non fu né l'unico bersaglio, né, almeno all'inizio, il principale.
L'avanzata degli Arabi nel Mediterraneo occidentale, all'inizio del nono secolo, non si inserisce più nei grandi movimenti d'espansione religiosa seguiti alla morte di Maometto. L'unità politica dell'Islam era infranta da quando il califfo di Bagdad non era più riconosciuto da tutti i fedeli. In Spagna, dalla fine dell'ottavo secolo, era sorto un nuovo califfato sotto gli Ommiadi. In Africa, i Berberi del Marocco, Algeria e Tunisia erano di fatto indipendenti. Definitivamente stabiliti nei luoghi delle loro nuove conquiste, questi Musulmani di Spagna e d'Africa rivolsero la loro attività verso il mare. Tunisi, fondata accanto alle rovine di Cartagine, come quella guardava la Sicilia, e come i Cartaginesi nell'Antichità, i Tunisini cercarono ben presto d'impadronirsi di questa bella isola di cui, nel corso della storia, Europa e Africa si sono sempre disputate il possesso. I Bizantini non poterono difendere energicamente questa provincia troppo lontana. Dall'827 all'878, furono a poco a poco risospinti verso lo stretto di Messina e infine costretti a ripiegare sulla costa italiana. Già in possesso delle Baleari, della Corsica e della Sardegna, i Musulmani occupavano ora tutte le isole del Mediterraneo. Esse servivano loro da stazioni navali e basi d'attacco contro le coste del continente. Dalla Sicilia, furono inviate spedizioni verso la Calabria, che si conclusero con la conquista di Bari e Taranto. Altre flotte molestarono con continue scaramucce le coste dell'Italia centrale. Il papa Leone quarto fu costretto a mettere quel che restava di Roma al riparo dei pirati che, senza dover niente temere, sbarcavano alle foci del Tevere. Le foci del Rodano, anch'esse mal difese, erano ancor più esposte. Gli Arabi eressero postazioni militari lungo la Comiche, dove i loro rifugi esistono ancora. Ma non vi furono tentativi di insediamento all'interno. Ai nuovi padroni del Mediterraneo interessava solo il possesso delle coste, e poiché il commercio cristiano non esisteva più, non si fece alcuno sforzo serio per ricacciarli via e le coste furono abbandonate nelle loro mani. La popolazione cristiana si ritirò più lontano e le vestigia delle città della regione di Nîmes si cinsero di difese come meglio poterono25.
Le invasioni normanne devastarono in altro modo ed ebbero risultati di ben più vasta portata. Con esse entra in scena all'improvviso un popolo fino a quel momento sconosciuto al punto che non esisteva nome per designarlo e che, in mancanza di meglio, gli abitanti delle coste del nord - i primi a essere stati in contatto con esso - chiamarono, dal nome della regione da cui veniva, Noordmannen, Normanni. Le razzie marittime degli Scandinavi si spiegano solo con ipotesi, del resto plausibili. La condizione prima, naturalmente, è il bisogno avvertito da una parte della popolazione di cercare all'esterno i mezzi di sostentamento che il suolo ingrato e povero della patria non distribuiva più a sufficienza per le necessità di uomini energici e ardimentosi. A questo si aggiungano, in concomitanza con il malessere economico, le lotte intestine fra i capi locali, la fierezza dei vinti che si rifiutavano di sottomettersi ai vincitori e trascinavano al loro seguito i compagni di guerra, la speranza di un ritorno trionfale dopo avventure fortunate, e ci si farà un'idea dei motivi che, dalla fine del settimo secolo, hanno fatto nascere nei Danesi, Norvegesi e Svedesi il desiderio del Mare del Nord, del Baltico, delle pallide distese dell'Atlantico del nord, fino alle acque blu del Mediterraneo. Gli Svedesi, in particolare, furono attratti all'esterno da una ragione che non ebbe presa sui popoli scandinavi dell'ovest. Fino alle fredde estremità del mondo che abitavano, i due grandi Imperi del sud, quello Bizantino e quello dei Califfi, emanavano, dal profondo degli spazi, come un bagliore dorato. Dalla fine del settimo  secolo, le vie commerciali formate, da una parte fra il Mar Baltico e il Mar Caspio, dal golfo di Finlandia, dalla Neva, dai laghi Ladoga e Onega e dal corso del Volga, e dall'altra fra il Mar Baltico e il Mar Nero, dal Danubio che sfocia nel bacino superiore del Dniepr, avevano incominciato ad animarsi. Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce, sul suolo della Svezia, più di 200.000 monete arabe e bizantine, le più antiche delle quali datano dal 698. Certamente gli Svedesi non tardarono ad avventurarsi sulle vie che portavano verso i paesi del sole e della fortuna. Gli Slavi indicavano questi stranieri con il nome di Rus, con cui li avevano chiamati i Finnici, vicini degli uni e degli altri. Questi Russi scandinavi si stabilirono ben presto in gran numero nei pogosty (mercati) dove i mercanti arabi o khazar venivano a epoche fisse ad acquistare dagli abitanti miele e pellicce e in breve tempo vi soppiantarono gli altri stranieri. A tal punto ebbero il controllo sul corso del Dniepr, che per secoli le rapide del fiume hanno conservato il nome svedese dato da loro. Verso la metà del nono secolo, si imposero come padroni sulla popolazione vicina ai pogosty. Rurik avrebbe fondato Novgorod, e due dei suoi compagni, Askod e Dir, prima dell'862, avrebbero preso possesso di Kiev, il punto di commercio più importante di tutta la pianura del sud. Nell'892, il successore di Rurik, Olaf, si stabilì a Kiev, che da quel momento incomincia a estendere la sua egemonia politica su tutti i paesi vicini. Si può datare da questo momento la nascita dello Stato russo, vale a dire svedese, nel bacino del Dniepr. I principi e i loro compagni di commercio e di guerra, verso i quali fino all'inizio dell'undicesimosecolo affluivano rinforzi dalla patria, conservarono all'incirca fino a quest'epoca la lingua e i costumi scandinavi26. Ma da ultimo si sarebbero lasciati assorbire dalla popolazione che governavano e sfruttavano, ed è così che il nome di questi arditi avventurieri dell'undicesimosecolo, per una fortuna straordinaria, è passato, attraverso le vicissitudini della storia, come il più grande dei popoli slavi e l'impero più vasto mai esistito. La posizione delle loro terre, orientava Norvegesi e Danesi verso l'Occidente. I paesi che si offrivano alla loro conquista non erano, come l'impero bizantino e l'impero arabo, Stati fiorenti, cosparsi di città e ricchi di promesse di floridi profitti commerciali, ma regioni puramente agricole, che non avevano niente da vendere e niente da acquistare. Perciò, mentre gli Svedesi, trovandosi in rapporto con società economicamente molto avanzate, cercavano prima di tutto di stabilire con loro degli scambi, i Danesi e i Norvegesi si presentavano o come pirati e saccheggiatori, o come corsari27.
Mentre attaccano le coste del sud e dell'ovest, le loro imbarcazioni esplorano le acque del nord. Alcuni norvegesi si stabiliscono ben presto sulle isole Faer Oer, scoprono l'Islanda nell'874, la colonizzano e, un secolo dopo, da lì si spingeranno fino alla costa della Groenlandia. Ma naturalmente sono le regioni europee che più di tutto li attirano con la speranza del bottino. L'Inghilterra fu la prima a subire i loro attacchi. Già nel 793 ha luogo uno sbarco nel Northumberland, dove i monasteri di Lindisfarm e di Jarrow vengono saccheggiati e incendiati. Da allora, le incursioni si succedono, sempre più numerose e accanite. I re anglosassoni non riescono a ricacciare gli invasori. Alla metà del nono secolo, la maggior parte della regione orientale dell'isola è in loro possesso e nell'878, Alfredo il Grande è costretto ad abbandonargli con un trattato il paese situato a est di una linea tracciata da Londra a Chester, e che da allora e per molto tempo, si chiamò Danelaw. Neanche l'Irlanda sfugge all'invasione scandinava. Dalla metà del nono secolo, e fino all'inizio dell'undicesimo, Dublino divenne e rimase una specie di colonia normanna. Da queste postazioni insulari, gli indomiti avventurieri si lanciavano audacemente verso il sud. Infestarono le coste del Portogallo e della Spagna, dove attaccarono Lisbona e Siviglia (844), passarono lo stretto di Gibilterra, saccheggiarono Algesiras e le Baleari, si spinsero fino alle foci del Rodano e talvolta sbarcarono, lontani rivali dei pirati musulmani, sulle coste italiane. L'Impero franco, per la vicinanza, l'estensione del litorale e il gran numero di fiumi profondi che vi sfociavano dovette soffrire, e in realtà soffrì, più di tutti, a causa dei Normanni. Dal regno di Ludovico il Pio fino all'inizio del x secolo, le loro incursioni furono incessanti. Dapprima apparvero ora da una parte, ora dall'altra, disorientando la difesa con attacchi repentini e imprevisti. Uno dopo l'altro, risalirono il Reno, l'Escaut, la Mosa, la Senna, la Loira, fino a dove questi fiumi consentivano di navigare, e ne devastarono completamente le rive. E poiché il paese era diventato più conosciuto al nemico, questo procedette con più metodo e si accanì soprattutto sulla regione che, dal nord della Senna, si stende fino alla Frisia. Il porto di Duurstede, saccheggiato quattro volte di seguito (834-837), non è più che un ammasso di rovine; Utrecht viene distrutta nell'857. Sembra che in Frisia stia per nascere uno Stato scandinavo e pagano, perché nell'890 l'imperatore Lotario, impotente a respingere il vichingo Rurik, gli dà come feudo le rive del Waal, e, nell'882, Carlo il Grosso rinnova la concessione in favore di Goffredo, un altro barbaro. L'anno 879 segna l'apogeo della crisi. Una vera e propria armata sbarca sulle rive del Reno e dell'Escaut, e, attestatasi poi a ondate successive in accampamenti fortificati a Gand e Courtrai, poi a Esloo, presso Maestricht, e infine a Lovanio, sfrutta a tappeto per molti anni l'intera regione. Carlo il Grosso, nell'844, riuscì ad allontanarla dalla Germania renana solo con un trattato umiliante. L'orda si dirige allora verso la Senna e si accanisce contro Parigi che assedierà per un anno, senza riuscire a espugnarla (885). Dopo aver portato la devastazione in tutta la Francia del nord, riapparve nell'891 a Lovanio, per essere attaccata e annientata infine da Arnoldo di Carinzia. Da quel momento, i Normanni non arrischiarono che qualche colpo di mano sul territorio dei Paesi Bassi. Ma la Senna rimase ancora a lungo il loro obiettivo. Infine, nel 911, Carlo il Semplice, non riuscendo a respingerli, cedette come feudo al loro capo, Rollone, la regione fra la Senna e l'Epte, che da allora forma il ducato di Normandia. Fu la fine delle invasioni. Anche la Scandinavia, esausta per lo sforzo, e dotata di conquiste sufficienti, cessò di riversare l'eccesso di popolazione sul continente.
Il successo di queste aggressioni non si spiega se non con la debolezza dello Stato carolingio e con la sua crescente dissoluzione. Per resistere ai Barbari sarebbe stata necessaria una flotta. Ma senza risorse economiche, come armarla? E come costruire fortezze a protezione delle coste? Come concentrare gli sforzi e inviare armate contro il nemico nell'infuriare delle lotte fra sovrani e in mezzo alla dissoluzione della monarchia? In realtà, i re abbandonarono la partita e lasciarono che l'aristocrazia tenesse testa, come poteva, con sforzi locali e disorganizzati, all'incalzare dell'invasione. I cronisti dell'epoca hanno mantenuto vivo il ricordo dell'eroismo di molti feudatari che, come i conti di Parigi, Roberto il Forte ed Eude (il futuro re), acquistarono fama in queste lotte. Ma altri non videro in esse che uno strumento di ricatto per assicurarsi maggiori fortune, spaventando la debolezza del re con la minaccia di un'alleanza con i barbari. Senza le invasioni normanne, la grande impalcatura carolingia sarebbe comunque caduta. Le scosse alle quali fu sottoposta non fecero che accelerarne il crollo.
La cessione della Normandia a Rollone è solo di qualche anno successiva alla conquista di Kiev da parte di Oleg28. Il confronto fra i due Stati è interessante. In Russia, i Normanni furono e rimasero i padroni del paese, dove governarono gli Slavi, che trattarono da sudditi, secondo le loro usanze nazionali. In Francia, a contatto con una civiltà superiore, il loro atteggiamento è completamente diverso. Rollone e i suoi passano al cristianesimo e iniziano immediatamente un processo di assimilazione di una rapidità sorprendente. Venticinque anni dopo il loro arrivo, la lingua scandinava viene parlata ormai solo a Bayeux, e certamente sulla costa, dove i nomi di luoghi in beuf ricordano l'antica presenza di una popolazione di lingua germanica. La francesizzazione è completa, al punto che nel dialetto normanno non esiste una sola parola scandinava. E non esiste traccia della cultura scandinava neanche nelle istituzioni del ducato, che si adattarono immediatamente all'ambiente e non si distinsero in maniera sostanziale da quelle degli altri grandi feudi. Cinquant'anni dopo Rollone, la Normandia è una provincia francese quanto la Borgogna o la Champagne. Non bisogna dimenticare che sul suo territorio è nata la Chanson de Roland, e furono eretti alcuni dei più begli esemplari dell'architettura romanica, quali le grandi chiese di Caen e di Bayeux. Non esiste traccia di germanesimo, tanto che, quando i Normanni invaderanno la Sicilia e poi l'Inghilterra (1066), vi si presenteranno come conquistatori francesi. Ciò che è rimasto in loro, è lo spirito d'avventura che, dall'inizio dell'undicesimosecolo, li fa partire in massa per l'Italia, dove quaranta di loro, di ritorno da un pellegrinaggio in cui erano stati presi al soldo, hanno fatto sapere quanto ci fosse da guadagnare. Senza dubbio, bisogna vedere anche in questa, come nelle migrazioni fiamminghe e brabantine dell'epoca, la conseguenza di una sovrappopolazione.



CAPITOLO SECONDO La divisione dell'Europa.

1. Il Trattato di Verdun.

All'epoca delle Invasioni, all'unità romana si erano sostituiti Stati indipendenti gli uni dagli altri, conquistati da popoli diversi e governati da dinastie che appartenevano a quei popoli. L'Europa di allora, dal punto di vista della divisione politica, era molto più vicina all'Europa della storia moderna di quanto non lo sia più stata per molto tempo, dopo di allora. Tutti questi Stati - salvo gli Anglosassoni e i Visigoti della Spagna - vennero a fondersi nella conquista carolingia e ad assorbirsi nella grande unità politico-religiosa dell'impero. È sulle sue rovine che si costituirono gli Stati dell'Europa continentale. Ma il processo di formazione, questa volta, fu assai diverso da quello della fine dell'impero romano. Sotto i figli di Ludovico il Pio, nella spartizione della monarchia non emerge alcuna traccia di nazionalità. I popoli non si pongono il problema. E del resto, come avrebbero potuto? Poiché il governo al quale erano sottoposti aveva un carattere universale ed ecclesiastico, dalle spartizioni politiche non poteva assolutamente conseguire la loro subordinazione a uno dei due. I Carolingi erano fungibili: potevano governare dove che fosse, la loro nazionalità non contava più di quanto la nazionalità del papa contasse per la Chiesa. La differenza fra Romani e non Romani, molto reale, ma di cui i popoli non avevano coscienza, non ha dunque svolto alcun ruolo. La lotta di Lotario e dei suoi fratelli, dove l'uno voleva mantenere l'unità a proprio vantaggio e gli altri volevano la spartizione, si concluse con il compromesso di Verdun (843).
È il primo dei grandi trattati della storia europea e quello le cui conseguenze sono state più durature. Ancor oggi ne resta una traccia visibile nell'Europa occidentale, dove - tra la Francia e la Germania - Olanda, Belgio, Svizzera e Italia rappresentano la parte di Lotario.
Ma diciamo subito che è la storia che ha attribuito all'accordo questo significato, non i suoi negoziatori. Questi vollero semplicemente fare tre parti uguali. L'ottica nella quale si posero, fu resa necessaria dall'organizzazione economica del tempo. La società era esclusivamente agricola; il commercio non esisteva; non c'erano più città. In queste condizioni, la sola possibilità consisteva nel cercare di assegnare a ogni avente diritto alla spartizione una regione le cui entrate più o meno si equivalessero, senza tenere conto né delle vie di comunicazione, né dello sviluppo delle coste, né di tutte quelle considerazioni che avrebbero reso impossibile il frazionamento dell'Europa quale fu fatto allora, se solo avesse avuto luogo più tardi. Tutto il destino dipendeva dalla parte da assegnare a Lotario, primogenito e titolare della corona imperiale, che gli conferiva, rispetto ai fratelli, un primato quanto meno morale. Era evidente che a lui dovesse spettare la parte centrale. Questa fu composta dall'Italia, poi, grosso modo, a est dal Reno, a ovest dal Rodano, dalla Saona, dalla Mosa, poi da una linea che andava da Mézières a Valenciennes, e infine dal corso dell'Escaut.
Una volta costituita questa parte centrale, il resto andò ai fratelli: Carlo il Calvo ebbe tutto ciò che era a ovest, fino al mare; Ludovico, tutto ciò che era a est, fino ai confini delle marche istituite contro gli Slavi. Fu il caso a volere che la parte di Ludovico fosse composta solo di popoli germanici e quella di Carlo di popoli quasi esclusivamente romani. Ma basta considerare la parte di Lotario per vedere quanto poco furono prese in considerazione le differenze nazionali. Essa è costituita quanto più integralmente possibile in senso contrario rispetto alle condizioni geografiche ed etnografiche. Tagliata in due dalle Alpi e dal Giura, abbraccia, da nord a sud, Frisoni, Fiamminghi, Valloni, Tedeschi, Provenzali e Italiani. È evidente che non ci si preoccupò delle popolazioni più di quanto gli Stati moderni si preoccupino delle tribù negre quando si spartiscono l'Africa. E andava molto bene così: nessuno poteva lamentarsi, dal momento che i popoli sentivano soltanto il governo dell'aristocrazia, e che ovunque l'aristocrazia era locale. Nel nono secolo, non esistevano nazioni. Non esisteva altro che la cristianità. Si sarebbe potuta frammentare l'Europa in Stati o in diocesi, e nessuno ne avrebbe sofferto. Si trattava di una spartizione fatta per la dinastia, che passava sopra la testa dei popoli e non disturbava nessuno. Il Trattato di Verdun si adatta dunque perfettamente a un'Europa dove la politica è universale e l'economia del latifondo senza sbocchi. Senza queste due condizioni essenziali, sarebbe stato impossibile stipularlo nella forma che assunse.
Così, il primo passo sulla via che con tanto spargimento di sangue avrebbe portato l'Europa a suddividersi in Stati nazionali, fu compiuto senza preoccuparsi minimamente delle nazionalità e, a dire il vero, anche contro di esse. Lo stesso spirito si sarebbe manifestato durante tutta la decadenza carolingia.
Alla morte di Lotario (855), i tre figli si spartirono il suo Impero.
Il primogenito, Ludovico, ebbe l'Italia e la dignità imperiale, il secondo, Carlo, la terra che va dal Giura fino al Mediterraneo, il terzo, Lotario, i territori a nord del Giura. Questa volta la spartizione sembra dettata da considerazioni geografiche, ma le nazionalità furono di nuovo completamente dimenticate. Il regno di Lotario secondo è eterogeneo, e questo è il motivo per cui, non potendogli dare un nome nazionale, lo si chiamò, dal suo nome, Lotaringia. Quando Carlo morì senza figli (863), i suoi due fratelli si divisero naturalmente la sua parte, Ludovico prendendo il sud e Lotario il nord. Ma le cose non furono più così naturali quando morì Lotario secondo, anch'egli senza eredi legittimi (869). Se si fosse proceduto secondo le regole, suo erede avrebbe dovuto essere Ludovico secondo. Ma poiché l'infelice era troppo debole, i suoi due zii, Carlo e Ludovico, aspirarono entrambi alla successione. Si incontrarono a Meersen, e, invece di combattere, trattarono. La Lotaringia fu divisa in due parti, questa volta seguendo pressappoco la frontiera linguistica, non per principio, ma perché così il paese si ripartiva in due metà quasi uguali. Carlo il Calvo, alla morte del fratello Ludovico (876), cercò di riprendere i suoi Stati. Fu battuto, ad Andernach, da suo nipote Ludovico terzo, a quel tempo re di Germania. È la prima battaglia nella quale un'armata tedesca e un'armata francese si siano disputate la Lotaringia, benché si trattasse di una questione che non riguardava né la Francia, né la Germania. E lo è tanto poco, che i contemporanei chiamano Francia sia il regno dell'est che quello dell'ovest, aggiungendo semplicemente: orientale e occidentale. La morte (6 ottobre 877) non lasciò a Carlo il tempo di rinnovare il suo tentativo. Suo figlio Ludovico il Balbuziente che gli era succeduto, morì poco dopo (10 agosto 879). Ludovico terzo approfittò abilmente di certi disordini scoppiati in quel momento tra i vassalli del defunto, per farsi cedere tutto il territorio che Carlo il Calvo aveva acquisito. Questa volta, la Lotaringia si trovò annessa per intero al regno orientale.
Mentre questa parte settentrionale del regno di Lotario I veniva così disputata, un altro dei suoi frammenti, nello stesso anno 879, si costituiva spontaneamente in regno; il conte Bosone di Vienna, genero dell'imperatore Ludovico secondo (875), si fece eleggere da qualche vescovo e qualche nobile, re della Bassa Borgogna o di Provenza: è sempre più l'aristocrazia a mandare avanti le cose. Tuttavia, si tratta ancora di una semplice manifestazione locale. Nell'885, essendosi pressoché estinta la famiglia dei Carolingi29, tutto l'impero, a eccezione della Borgogna, adotta come sovrano Carlo il Grosso. E anche questo prova a qual punto in tutti questi avvenimenti siano assenti le questioni nazionali. Infatti Carlo è l'ultimo figlio di Ludovico il Germanico, e tuttavia la Francia intera lo riconosce.
Ma la sua inettitudine e i vergognosi trattati che consentì ai Normanni, fecero perdere la pazienza all'aristocrazia. Arnoldo, che governava la Carinzia, si rivoltò contro di lui. Egli fu deposto dagli Orientali nell'887, e andò a morire in un monastero, mentre Arnoldo di Carinzia si vedeva conferire la corona dai nobili. Arnoldo appartiene ancora alla famiglia carolingia, ma non è che il figlio illegittimo di Carlomanno, figlio di Ludovico il Germanico. L'erede legittimo dei Carolingi era il piccolo Carlo il Semplice; ma era ancora un bambino, e nessuno lo riconobbe. I nobili del Regno occidentale fecero come i Borgognoni: si diedero un re e designarono come tale Eude, conte di Parigi, che aveva difeso la città contro i Normanni nell'886, e il cui padre, Roberto di Parigi, era morto combattendo contro di loro. Infine, nell'888, in Alta Borgogna nasce un nuovo regno, anch'esso opera dell'aristocrazia, a beneficio del conte Raul. Quanto alla Lotaringia, che aveva riconosciuto Arnoldo nell'895, fu da lui costituita in regno per il figlio Zwentibold. È assai verosimile che i nobili del paese lo avessero preteso.
Tuttavia, poiché Eude era morto nell'898, fu proclamato re di Francia Carlo il Semplice, allora maggiorenne; l'idea dinastica era dunque sempre viva. Arnoldo morì l'anno successivo (899) e Zwentibold fu ucciso dai nobili nel 900. Come un tempo Carlo il Grosso, Carlo il Semplice avrebbe potuto ricostituire l'unità carolingia. Ma non lo fece. I nobili della Francia orientale riconobbero come re il figlio di Arnoldo, Luigi il Giovane, di appena sette anni, che si ricollegava ancora ai Carolingi.
C'è forse, in questi fatti, un inizio di ripartizione nazionale? Nell'887, i Francesi non hanno riconosciuto Arnoldo, e nell'899 i Tedeschi non hanno riconosciuto Carlo il Semplice, ma è impossibile vedere in questo una ripartizione nazionale. Nell'883 i Francesi avevano riconosciuto Carlo il Grosso perché era imperatore dall'881. Carlo il Semplice non lo era e Luigi il Giovane era Carolingio. Si trattava di una continuazione della spartizione della monarchia nella dinastia. Ma la dinastia era assai vacillante e l'impero era oggetto di disputa fra i piccoli principi italiani. Evidentemente, l'unità europea si sfaldava. L'aristocrazia disponeva delle corone a suo piacimento. D'altra parte, alla periferia dell'antico Impero, si era perso ogni interesse per quanto accadeva al centro, nei vecchi paesi storici tra la Senna e il Reno, come dimostra la separazione della Borgogna e dell'Italia. Ora, i principi che riconobbero Luigi il Giovane erano soprattutto transrenani. L'idea nazionale era assente a tal punto, nell'aristocrazia, che dopo la morte di Luigi il Giovane, sopravvenuta nel 911, i nobili di Franconia, Svevia, Baviera e Sassonia, i quattro ducati tedeschi, nominarono re il duca Corrado di Franconia, mentre i nobili della Lotaringia, sia Tedeschi che Romani, staccandosi dalla Francia Orientalis alla quale erano stati riuniti dall'epoca del regno di Arnoldo di Carinzia, riconobbero come sovrano, dopo la morte del loro re Zwentibold, il re della Francia Occidentalis, Carlo il Semplice, che lasciò loro l'autonomia, sotto Raniero dal Collo Lungo. I transrenani, nominando Corrado, avevano fatto un taglio netto con la dinastia carolingia. Ormai, questa fu soltanto una dinastia locale: aveva perduto il suo carattere universale. Si può dire che l'elezione di Corrado segni la dissoluzione definitiva dell'unità carolingia, fatale, dal momento che la dinastia non cingeva più la corona imperiale. La grande Francia non esiste più. È interessante notare che, da questo momento, il suo nome designa solo il paese dove regna ancora un Carolingio. Ma non è più che un nome particolare. Bisogna parlare ormai di regno di Francia e di regno di Germania. Questi si sono separati e seguiranno il proprio destino, senza che le singole nazionalità vi abbiano minimamente contribuito o ne abbiano avuto coscienza. Ma di questa unità carolingia scomparsa, essi conservano entrambi la stessa eredità comune, che è sopravvissuta a tutto, anche all'impero: l'indissolubile unione del potere regio con la Chiesa, tanto a causa della superiorità intellettuale di questa, quanto in virtù della concezione, ancora viva, dei doveri del potere regio.


2. I nuovi Stati.

Fra questi due diversi Stati appena emersi dall'unità carolingia, Francia e Germania, non c'è alcuna ragione necessaria e interna di ostilità. Le nazionalità sono diverse, ma non più diverse l'una dall'altra di quanto lo sia, all'interno di ciascuno di essi, il contrasto, ad esempio tra Bavaresi e Sassoni, o tra Fiamminghi e Provenzali. Nessuna tradizione di antagonismo. Al contrario, i due paesi hanno vissuto insieme, hanno avuto le stesse istituzioni. La loro organizzazione economica non li spinge a sconfinare l'uno sull'altro. E tuttavia, fra loro insorge immediatamente quella questione belga che si potrebbe chiamare la questione d'Occidente, e che da quel momento, periodicamente e, sotto forme diverse, si ritroverà in tutto il corso della politica europea. All'epoca, si presenta come una questione lotaringia.
L'aristocrazia della Lotaringia ricorda che il paese una volta è stato un regno. Anche se appartiene a nazionalità diverse per lingua, cionondimeno forma un gruppo sociale unico. Su questa frontiera dove sono nati i Carolingi, in questo estremo nord romano dove si incrociano influenze romane e germaniche, nei nobili è nato un sentimento d'autonomia. Hanno avuto re nazionali - Lotario secondo, Zwentibold - e vogliono proseguire la tradizione. Non hanno riconosciuto Corrado di Franconia, eletto dai ducati tedeschi, e si sono posti sotto la monarchia di Carlo il Semplice, che li ha lasciati all'autorità del loro duca Raniero; quest'ultimo assume un atteggiamento così indipendente che già suo figlio Gislebert mira a ottenere il titolo di monarca. Corrado non ha potuto impedirlo. Ma la Germania, dal momento che con Enrico l'Uccellatore possiede un re forte, interviene. Dai tempi di Carlo il Semplice, per i Carolingi la Lotaringia rappresenta una parte della Francia. Per i re di Germania, fa necessariamente parte del regno di Germania. Apparterrà al più forte, e il più forte è la Germania. Ormai non ci sono più intermediari, nel nord, fra i due grandi regni occidentali. La frontiera franco-tedesca è la frontiera lotaringia Escaut-Mosa. E lo resterà per secoli. La situazione nuova, che si è creata malgrado la volontà del paese, è un fermento di discordia per l'avvenire. L'aristocrazia, scontenta, ha dietro di sé una potenza che la sostiene. Le sue tradizioni l'attirano più a ovest che a est. E ciò nasconde un pericolo futuro. In questa terra si ripercuoteranno, nel corso della storia, le oscillazioni del predominio politico.
La Lotaringia è divenuta un ducato della Germania malgrado se stessa, perché la Germania era più forte della Francia.
Questa potenza più grande non le viene dall'essere più ricca, né più popolosa. È più potente perché il re è più forte. E perché è più forte? Per una duplice ragione: prima di tutto perché l'evoluzione sociale è meno avanzata, e poi perché il confine orientale è attaccato dai barbari.
L'evoluzione sociale è meno avanzata nel senso che l'aristocrazia locale conta un numero inferiore di famiglie potenti; più ci si allontana dal Reno, infatti, meno 1'organizzazione del latifondo è sviluppata. Gli abitanti, ancora molto più vicini all'antico regime tribale, vivono sotto il protettorato provinciale di una dinastia locale. Soprattutto in Sassonia e in Baviera, lontano dai centri, il sentimento tribale rimane vivo. I duchi ereditari vengono riconosciuti come veri e propri capi nazionali. Più vicino al Reno, in Svevia e in Franconia, una situazione già più complessa ed evoluta dà al potere ducale una fisionomia meno nazionale. Oltre il Reno, in Lotaringia, le cose stanno in tutt'altro modo. Il duca non è altro che il capo dell'aristocrazia, senza radici popolari, perché non esiste una nazione lotaringia in senso stretto. Così, la situazione della Germania è abbastanza semplice. Al posto di una moltitudine di nobili, quattro duchi, al massimo cinque, dispongono del potere. Se riconoscono la necessità di allearsi col principe che accettano come re, possono riunire tutto il paese intorno a lui.
E lo fanno ben presto. Perché la situazione della Germania è molto pericolosa, non a ovest, dove la questione lotaringia è piuttosto di natura dinastica, ma a est, dove è nazionale. È da quella parte, infatti, che confina con la barbarie a cui la decadenza carolingia ha dato buon gioco. I Serbi, lungo l'Elba e la Saale, i Cechi, più a sud, incominciano ad attaccare le frontiere e ben presto si presenta un nemico più terribile, l'ultimo venuto dei popoli europei, i Magiari, o Ungheresi.
È l'ultima ondata di quella invasione finnica che, da Attila, non ha cessato di fare scorrerie in tutta Europa, inviando prima gli Avari, e poi questi Magiari che, anch'essi, dopo aver attraversato la steppa russa, sono penetrati nel corridoio del Danubio, sospinti dai Peceneghi. Le loro prime razzie risalgono alla fine del nono secolo e già Arnoldo di Carinzia dovette combattere contro di loro. Il loro arrivo in Europa è della massima importanza per gli Slavi occidentali, che tagliano in due. Distruggono il regno di Moravia fondato dai Cechi di Boemia. Questi, come i Polacchi, sono ormai separati dai Croati e dai Serbi e quindi tagliati fuori dall'influenza bizantina, manifestatasi in Boemia con l'invio degli evangelizzatori Metodio e Cirillo, che il principe di Moravia Ratislavo aveva fatto venire per sottrarsi all'influenza franca. Dal Danubio, gli Ungheresi si lanciano sulla Germania e sull'Italia, terribili quanto i Normanni e altrettanto ardimentosi. In una delle loro incursioni penetrarono fino al Reno, da dove poi tornarono, devastando la Borgogna.
Contro questi pericoli, Corrado non ha potuto fare niente. Ma le cose vanno diversamente dopo l'elezione del duca di Sassonia Enrico I (l'Uccellatore), nel 919. Si sarebbe potuto credere che il potere regio si andasse sempre più indebolendo, dal momento che, dopo un Carolingio e dopo Corrado, veniva eletto un re Sassone30. Ma egli era il più potente duca di Germania, e il suo regno di stampo militare, ridiede lustro alla monarchia grazie ai servigi che egli rese. Con i suoi Sassoni, Enrico respinge gli Slavi, impone un giuramento al duca dei Boemi, batte gli Ungheresi che sono penetrati fino a Merseburg (933). Egli ha consolidato il proprio potere tanto che i principi hanno riconosciuto come successore suo figlio Ottone quando lui era ancora in vita.
Enrico ha agito soprattutto attraverso il suo ducato di Sassonia. Ottone si presenta come re di Germania. Alla sua incoronazione i duchi lo servono a tavola. Malgrado le loro rivolte, egli ha potuto aggregarli alla propria opera militare che è il proseguimento di quella del padre. Come lui, afferma il regime tedesco in Lotaringia. Ma la sua importanza è soprattutto all'est. Gli Ungheresi sono definitivamente vinti ad Augusta (955). Ormai si stabiliscono sul territorio e diventano cristiani, e con ciò, nonostante l'origine finnica, entrano per sempre nella comunità europea, il che dimostra come le differenze di razza non contino niente, e l'ambiente storico, tutto. Presso gli Slavi si istituiscono diocesi a Meissen, Merseburg, Zeitz, Brandeburgo, Havelberg, Oldenburg, collegate all'arcivescovato di Magdeburgo, fondato nel 968. Una spedizione viene inviata fino in Polonia, dove il duca Mesko I presta giuramento, paga il tributo e diventa cristiano (966), fatto, questo, di importanza notevole perché lega la Polonia a Roma. Anche a nord, il re di Danimarca, Aroldo secondo Dente Azzurro, è costretto a fondare delle diocesi e a convertirsi al cristianesimo.
Il ruolo della Germania si delinea anche verso est. Essa inizia a riconquistare contro gli Slavi i paesi della riva destra dell'Elba che i Germani avevano abbandonato all'epoca delle grandi invasioni. Ma non si tratta ancora di colonizzazione germanica, perché, in Germania, non ci sono molti abitanti. Ciò che vuole Ottone è fissare i barbari sul territorio e cristianizzarli. D'altronde, egli si avvicina alla Chiesa come hanno fatto i Carolingi, anche se in un modo alquanto diverso. Con i Carolingi, il capo dello Stato è in stretto rapporto con il capo della Chiesa in persona. Per Ottone una situazione del genere non può esistere, sia perché il papato del suo tempo è completamente degradato, sia perché lui non è imperatore. È presso i vescovi - non presso il papa - che cerca appoggio. Attraverso di loro, potrà opporre una classe politica ai nobili laici, ed è fra i prelati che recluterà i propri consiglieri. Suo fratello Brunone è arcivescovo di Colonia, ed egli lo fa duca dei Lotaringi. Questo esempio è emblematico: i vescovi diventano governanti. Ottone li considerò più da questo punto di vista laico che non dal punto di vista spirituale. Si potrebbe dire che ciò che distinse la sua politica da quella dei Carolingi, è il fatto che questi clericarizzarono lo Stato, mentre egli laicizzò la Chiesa. Ma perché la Chiesa gli fornisca un appoggio solido, occorre che sia potente. E quindi, donazioni massicce, di terre e di contee ai vescovi. Questo re può farlo - mentre il re di Francia non avrebbe potuto - perché molte contee dipendono ancora da lui ed egli procede alla confisca delle terre dei nobili che pretendono di resistergli. È perché l'evoluzione della Germania è meno avanzata in termini di feudalesimo che la sua politica regia fu possibile e che potè fare dei vescovi i principi dell'impero. In tutta la Germania e la Lotaringia si moltiplicano i principati episcopali: feudalesimo di un tipo particolare, di cui il monarca dispone a proprio piacimento. I principi-vescovi si formano nella sua cappella, come una sorta di paggi ecclesiastici. A lui devono tutto, e ovunque si introducano, sotto Ottone e i suoi successori, si distinguono dai laici per l'idea che sviluppano dei suoi diritti sovrani. La formazione erudita e la cultura del loro spirito li educa all'idea di disciplina. Attraverso di loro, è il re che diventa più forte, non lo Stato, perché essi ne ricevono una parte. Il vescovo Gerardo di Cambrai (1012-1031) rifiuta di introdurre la pace di Dio nella propria diocesi perché solo al sovrano spetta mantenere la pace pubblica. Attraverso di loro, dal decimo secolo, i Lotaringi accettarono la disciplina germanica.
E il loro servizio è migliore quanto più sono istruiti. Molti dirigono scuole di grande prestigio. Sono celebri soprattutto quelle di Liegi. Anche qui viene ripresa la tradizione carolingia. Del resto, né Ottone secondo né i suoi successori si ingeriscono in questioni dogmatiche. A loro, basta avere la Chiesa in pugno. Il loro Reichskirche assomiglia un po' ai futuri Landenkirchen luterani.
Il papa, assolutamente impotente, lascia via libera a questa grande politica episcopale del re di Germania. Lungi dal cercare di affermare su di lui il proprio primato, se ne farà protettore; Giovanni dodicesimo lo chiama in suo aiuto, e il 2 febbraio 962, ripristina per lui la dignità imperiale, che avrebbe messo sempre più la Chiesa nelle mani di Ottone, in attesa di far scoppiare sulla Germania la lotta per le investiture.
L'acquisizione dell'impero da parte di Ottone secondo non è altro che una conseguenza del suo potere personale. Il marchese d'Ivrea, Berengario, fuggendo davanti al re Ugo d'Italia, si era dichiarato suo vassallo e, nel 951, Ottone aveva attraversato le Alpi e preso il titolo di re d'Italia. La penisola, che, momentaneamente abbandonata a se stessa, ne aveva approfittato solo per lacerarsi, veniva così riunita alla Germania in un legame che sarebbe durato per secoli.
L'intervento di Ottone secondo non si spiega affatto, come quello dei Carolingi, con l'interesse del papato. Per lui si tratta di una questione dinastica, assolutamente estranea anche all'interesse tedesco. Niente richiamava la Germania a sud delle Alpi. Il suo intervento in questo paese è addirittura in contraddizione con il suo movimento d'espansione a Est. Quando Ottone fece questa prima spedizione pensava forse già all'impero? In ogni caso, avendola fatta, doveva andare a Roma e diventare imperatore. Qualsiasi potere forte fosse riapparso in Europa doveva necessariamente gravitare verso Roma.
Ricostituito l'impero a beneficio del re Ottone, Roma e l'Italia andavano assumendo, nella politica dei sovrani tedeschi, un posto sempre più importante. Ne avrebbero sopportato il fardello? Già dopo il regno di Ottone (973), Ottone secondo è stato costretto a marciare contro i Saraceni del sud, dai quali si è fatto sconfiggere, in Calabria, ed è morto poco dopo a Roma (983). Ottone terzo, suo figlio, perduto dietro a sogni imperiali, si sarebbe stabilito in Italia, dimenticando la Germania, per morirvi nel 1002. Nel frattempo, in Polonia, Boleslao Chrobry si rendeva indipendente, la Chiesa polacca e la Chiesa ungherese, sotto gli arcivescovi di Gnesen e di Gratz, si staccavano dalla Chiesa tedesca; i Serbi, sotto Ottone secondo, erano insorti, scuotendo il giogo, e il paganesimo, sotto Svend Gabelbart, riappariva in Danimarca. Enrico secondo, l'ultimo Sassone, non si curò di ristabilire la propria autorità ai confini del regno per occuparsi solo dell'Italia, dove il marchese Arduino d'Ivrea (1014) si era proclamato re. Era evidente che l'idea dell'impero dominava su quella del regno. In realtà, non esiste re di Germania; il re si chiamerà Rex Romanorum, come l'imperatore: Imperator Romanorum. Non ci sono termini per indicare la Germania. La si confonde con l'impero. I suoi sovrani si esauriranno per mantenerlo in vita. Sono tutti Tedeschi, ma non hanno una politica tedesca. La loro forza è solo al nord delle Alpi e sentono continuamente il richiamo dell'Italia. Si logoreranno in questa politica. La Germania è stata la vittima dell'impero, la cui storia però si confonde con la sua. I re di Germania hanno evidentemente intrapreso un compito troppo pesante per le loro forze. Ci si può chiedere quale sarebbe stato il destino dell'Europa se, anziché esaurirsi a sud delle Alpi quei sovrani avessero continuato a spingersi verso est. Quanto al popolo tedesco, non si dica che l'hanno abbandonato. Il popolo non voleva niente. Nessuna urgenza lo spingeva a est, salvo la difesa delle frontiere. Le spedizioni in Italia, grazie al sistema economico del tempo, non esaurivano le sue risorse. I sovrani dell'undicesimo secolo non potevano farsi altro ideale della propria missione, se non un ideale religioso, o, se si vuole, ecclesiastico. La tradizione carolingia dominava completamente. Si capisce bene come Ottone II  on se ne sia sottratto. Non esiste ancora la possibilità di una politica nazionale. La sola concezione che un monarca forte possa farsi del proprio potere, è la concezione dell'universalità cristiana. In mancanza di una coscienza nazionale, più lo stato economico è primitivo, più ai governi è consentito l'idealismo universale, o, per meglio dire, la politica, non potendosi ispirare agli interessi, si muove nella sfera delle idee.
La dinastia carolingia estinta in Germania con Ludovico il Giovane nel 911, in Francia sopravvive ancora fino al 987. Alla morte di Eude di Parigi (878), i nobili del regno erano tornati alla famiglia reale della loro tradizione e avevano riconosciuto Carlo il Semplice, da cui del resto, alla morte di Carlo il Grosso, si erano allontanati soltanto perché era minorenne. Ma di Carolingio, Carlo il Semplice e i suoi successori non hanno più che il nome; Carlo, Lotario, Ludovico. Nessuno di loro ha portato il titolo imperiale, nessuno di loro ha pensato a rivendicarlo. Il nipote di Carlo il Semplice, Lotario, ha lasciato che a Roma avvenisse l'incoronazione di Ottone senza dire una parola. La sola idea che li lega ancora alle tradizioni familiari è la tenacia con cui hanno preteso di occupare il trono della Lotaringia. Lotario ha anche avuto la soddisfazione di spingersi fino ad Aquisgrana - dove ha corso il rischio di sorprendere Ottone secondo - e di volgere verso est l'aquila sovrastante il tetto del palazzo. Ma le sue forze non erano proporzionate all'impresa. Lo stesso anno, Ottone secondo per rappresaglia conduceva un'armata fin sotto le mura di Parigi. La Lotaringia, momentaneamente conquistata, fu perduta per la Francia; le rimaneva solo la diocesi di Verdun.
Il figlio di Lotario, Ludovico V, regnò solo un anno. Alla sua morte, rimaneva un solo Carolingio, suo zio Carlo, fratello di Lotario, che Ottone secondo aveva nominato duca di Lotaringia. Questi cercò invano di conquistare la corona, appoggiato da qualche nobile del suo ducato, ma nel 991 fu fatto prigioniero da Ugo Capeto. Suo figlio Ottone, il cui nome dimostra come fosse divenuto estraneo alla sua razza, gli succedette come duca di Lotaringia. Con lui, la gloriosa dinastia carolingia si estinse in maniera oscura, non si sa esattamente in che anno (fra il 1005 e il 1012) .
L'impotenza dei suoi ultimi esponenti, che tanto contrasta con i successi e le imprese dei re germanici, non trova spiegazione nella loro inettitudine. Ludovico, figlio di Carlo il Semplice, e Lotario, furono uomini energici e intraprendenti. Ma gli mancava la terra sotto i piedi. L'aristocrazia aveva finito con l'assumere un ascendente irresistibile sul paese di cui essi erano i sovrani. Al re rimaneva solo il potere che i nobili avevano la compiacenza di lasciargli; e volevano lasciargliene il meno possibile, per meglio incamerare le contee e, agglomerandole, creare i propri domini feudali. Forse, se fosse stato necessario far fronte a un'invasione si sarebbero stretti intorno alla corona. Ma da quando i Normanni si sono stabiliti sulla costa, nel 911, la Francia non ha più nemici esterni. I nobili si disinteressano completamente della Lotaringia, il possesso della quale non è altro che una questione dinastica. Il re ci tiene soprattutto per accrescere la propria potenza, che, di fatto, si esercita ormai solo sugli ultimi possedimenti e sugli ultimi vassalli che gli sono rimasti nel paese di Laon. Egli non può più niente, da solo, all'interno. Se vuole organizzare una spedizione contro uno dei suoi vassalli, per poterlo fare è costretto ad allearsi a qualcun altro31. Lotario cerca invano d'impedire al conte di Fiandra, Arnoldo, di avanzare a sud della Lys. La fedeltà dei suoi vassalli si fa sempre più dubbia. Nel 922, parte di loro, abbandonando Carlo il Semplice, nomina re Roberto di Parigi, che viene ucciso l'anno seguente. Lo si sostituisce con il duca Raul di Borgogna e Carlo il Semplice muore in cattività. Sotto Ludovico V, Ugo il Grande, figlio di Roberto, è onnipotente. È a lui che il re deve la propria elezione. E quindi pretende di metterlo sotto controllo. Ben presto si ribella apertamente alla sua autorità e Ottone I di Germania deve venire in soccorso del re legittimo per conservargli la corona (946). Naturalmente, dunque, il re di Francia ha dovuto cercare di rifarsi una potenza volgendo gli sforzi all'esterno. All'interno, se riesce a tirare avanti, non è grazie alla forza, come il re di Germania, bensì alla debolezza. Si ricorre sempre a lui perché non è pericoloso e il vassallo più potente ha interesse ad averne l'appoggio per impedire ad altri feudatari di competere con la sua autorità.
Alla morte di Ludovico V, e in assenza di un possibile erede carolingio - e il duca di Lotaringia Carlo, ultimo rappresentante della dinastia, non era accettato dall'aristocrazia di Francia - l'elezione di Ugo Capeto (1 giugno 987) s'imponeva per tradizioni familiari; due dei suoi antenati erano stati re e l'arcivescovo di Reims Adalberone lo sosteneva. Con la sua ascesa al trono, iniziava una nuova dinastia che sarebbe durata settecento anni, e avrebbe dominato l'Europa. Niente lo lasciava supporre. La nomina di Ugo Capeto è una data importante, ma non un evento importante. Niente, o quasi, è cambiato. Dei re capetingi erano già stati nominati: il fatto quindi non era nuovo. La concezione della monarchia non ne risultava minimamente modificata. Sarebbe del tutto falso credere che Ugo e i suoi successori si siano fatti del potere regio un'idea diversa dagli ultimi Carolingi. Niente è cambiato, né il titolo, né gli emblemi regi, né l'organizzazione della Corte. Il re è sempre l'unto della Chiesa, si considera sempre il custode temporale dell'ordine e il protettore della Chiesa. L'ideale carolingio è un ideale regio, non ve n'è un altro. Non solo, il potere regio incontra esclusivamente limiti di fatto. Nessuno, tranne la Chiesa, potrebbe dire dove debba fermarsi. Tutto dipende dalla forza del re e dell'aristocrazia. Sapere fino a dove possa arrivare la potenza regia è una questione di discernimento. E i Capetingi hanno accettato la situazione. Non sono assolutamente re feudali, nel senso di pensare che il loro potere trovi un limite legale in quello dell'aristocrazia. No. Sono soltanto degli opportunisti che capiscono fin dove possono arrivare. E lo capiscono meglio dei Carolingi per due ragioni. La prima è che con loro la monarchia è diventata esclusivamente elettiva. Lo era già diventata sotto i Carolingi è vero, ma loro, erano una dinastia. I Capetingi, invece, devono crearne una. È il dettame della loro politica: stanno attenti a non scontentare i nobili e a non renderli diffidenti. Evitano qualsiasi difficoltà all'interno e anche all'esterno. Questo è il motivo per cui i Capetingi lasciano cadere la questione lotaringia. Si accontentano di vivere e di lasciare ogni volta, per fortuna, un erede che fanno eleggere quando sono ancora in vita. Per loro, quindi, come per i primi Ottoni, l'ereditarietà si istituisce di fatto; ma se in Germania si impone col prestigio della forza, in Francia si insinua attraverso la debolezza.
I primi Capetingi se ne stanno rintanati senza alcun amor proprio. Filippo I, sconfitto dal conte di Fiandra Roberto il Frisone (1071), si riconcilia con lui e ne sposa la nuora. I re fanno assegnamento soltanto sui propri possedimenti di Parigi, Amiens, Orleans e Bourges. Non possono istituire principati ecclesiastici come gli Ottoni; i nobili laici hanno incamerato tutto. I re lasciano fare. Ed è la Chiesa, non il re, a organizzare le "paci di Dio". Il re si limita a prendere parte alle feste e alle assemblee dei nobili, a consegnare diplomi agli abati. Sono così modesti che non hanno storiografi. Sposano semplici principesse. Non escono dalla loro residenza. Non si fanno vedere. Non ricevono né inviano ambascerie. Roberto il Pio, figlio di Ugo (946-1031) rifiuta la corona d'Italia che i nobili di Lombardia gli offrono. Enrico I (1031-1060) lascia che l'imperatore Corrado secondo si impossessi del Regno di Borgogna. Filippo I (1060-1108) non fa parlare di sé più di quanto non abbiano fatto i suoi predecessori. Ma durano, e mettono radici. E nel frattempo Parigi, la residenza che non abbandonano mai, diventa poco a poco una capitale. È la prima che l'Europa abbia conosciuto. Fino a quel momento i re sono stati sovrani erranti. Questi, invece, principi territoriali, prendono fissa dimora e danno un centro al paese. Non c'era alcuna ragione perché Parigi fosse la capitale della Francia. Lo è stata perché era la residenza dei Capetingi.
Così, mentre i re tedeschi, resi forti dalla solidità di una società primitiva, spendono e usano le proprie forze in imprese grandiose e fanno risuonare la cristianità del loro nome, senza però legarsi alla terra, i re di Francia, in una società più avanzata che limita il loro potere, umili e modesti, costruiscono il futuro tranquillamente e oscuramente. A confronto dei loro coevi germanici, grandiosi e romantici, essi sono prosaici e pratici. Sono gente di buon senso, che conosce le proprie forze e si va impercettibilmente fortificando. E quando, sotto Luigi sesto, figlio di Filippo primo, si apre un'era di minacce con la conquista dell'Inghilterra da parte di Guglielmo il Conquistatore (1066), la monarchia si dimostrerà già abbastanza affermata per affrontare la lotta che, ormai, dominerà la storia di tutti i tempi.



CAPITOLO TERZO Il feudalesimo.

1. La disgregazione dello Stato.

Si indica in genere con il nome di "feudale" il sistema politico che regna in Europa dopo la scomparsa dello Stato carolingio. Questa consuetudine risale alla Rivoluzione Francese, che ha indistintamente messo a carico del feudalesimo tutti i diritti, privilegi, usanze e tradizioni che si oppongono all'organizzazione dello Stato e della società moderna. Tuttavia, se si prendono le parole nel loro senso esatto, con i termini di "feudalesimo" e di "sistema feudale" si devono intendere esclusivamente i rapporti giuridici nascenti dal feudo o dal vincolo di vassallaggio32 ed è un abuso di linguaggio ampliarne il senso, fino a includervi tutto un ordine politico dove l'elemento feudale, in definitiva, è secondario e, se così si può dire, più formale che sostanziale. Atteniamoci all'uso adottato, ma prendiamo atto che, nel sistema cosiddetto feudale, la questione principale è prima di tutto la disgregazione dello Stato.
Visto che, da quando erano sorti i regni fondati dall'invasione germanica, si era dimostrata l'impossibilità materiale di prolungare l'esistenza dello Stato romano, tutto spingeva a questa disgregazione. Essa stava per compiersi alla fine del periodo merovingio, quando la monarchia, sulla quale poggiava tutto, vide momentaneamente rinnovarsi la propria influenza, sia grazie alle grandi conquiste, sia all'alleanza con il papato. Ma queste conquiste e questa influenza solo temporaneamente erano riuscite a ritardare il processo iniziato, perché le sue cause erano implicite nello stesso ordine sociale. Soltanto il re poteva far durare l'organizzazione politica. In teoria, lo Stato era uno Stato monarchico e amministrativo, ma si è visto quanto fosse debole anche sotto Carlomagno. Il fatto è che l'ordinamento politico non rispondeva alla natura economica. Da quando commercio e città sono scomparsi, si è inaugurata un'epoca in cui i grandi possedimenti assimilano la terra e gli uomini a un tempo, e mettono le entrate dell'una e le braccia degli altri al servizio di una classe di notabili. Questi sono tanto più indipendenti, quanto più la loro vita economica non subisce perturbamenti: tutta la produzione del latifondo, infatti, serve esclusivamente a mantenere la proprietà. Essi dunque non devono aspettarsi niente e non devono temere niente dallo Stato. Sono loro che decidono delle sorti della monarchia. Prima o poi, a seconda che l'evoluzione sociale sia più o meno avanzata, il sovrano è condannato a lasciare che i diritti e le prerogative che gli competono passino ai "potenti" ormai quasi suoi soli sudditi, dal momento che si interpongono fra lui e il popolo, e che è costretto a governare attraverso di loro. L'unico potere effettivo è sempre più quello che gli viene dai suoi possedimenti. Là dove è ridotto a esercitare la pura e semplice sovranità politica, ben presto il suo regnare diventa solo una formalità. Privo di imposte, nell'impossibilità di pagare i suoi funzionari, come può sopravvivere? Aggrappandosi forse di nuovo alla Chiesa come la monarchia aveva fatto in Germania? Ma questo era stato possibile solo perché all'epoca degli Ottoni l'aristocrazia laica, in quel paese, non aveva ancora raggiunto un suo pieno sviluppo. Senza contare che gli stessi principati episcopali distruggono lo Stato. La forza che assicurano al monarca è esclusivamente di ordine militare. Ma non per questo la sua azione governativa è più vigorosa e lo Stato meno disgregato. Nelle condizioni economiche del momento, la potenza della monarchia deve fatalmente declinare ovunque perché non avrà più l'azione militare e il prestigio personale del re a sostenerla. Infatti la sua decadenza precipita dai tempi di Carlomagno. Di fronte ai nobili, la posizione del re va sempre più indebolendosi. Alla fine del nono secolo, è diventata puramente elettiva. Avrebbe potuto scomparire. Non lo ha fatto, e questo è indicativo33. I nobili non hanno pensato di poter fare a meno del re. Rimane ancora in loro un ultimo sentimento dell'unità dello Stato. Qui la Chiesa deve aver avuto un ruolo di primo piano. Poiché non riconosce i nobili, per lei, il custode dell'ordine provvidenziale della terra è il re. Ed egli, dal canto suo, la protegge, le garantisce i suoi beni. Del resto, anche ai nobili serve che ci sia un re come giudice e arbitro, così come nei tribunali serve un "giudice" che presieda e faccia applicare la sentenza. Il re è indispensabile all'ordine sociale, alla "pace" pubblica. Ma resta inteso che regna e non governa.
Eppure, in linea di diritto, niente limita il suo potere. Egli non promette capitolazioni. Non rinuncia ad alcuna prerogativa. In teoria, è un monarca assoluto. Ma è paralizzato. Le membra non obbediscono più alla testa. In apparenza, niente è cambiato. I re continuano a utilizzare tutte le vecchie formule, a ricevere nella lingua ufficiale tutte le espressioni di rispetto. Ma hanno permesso che la realtà del potere passasse all'aristocrazia. I giuristi moderni fanno bellissime costruzioni sullo Stato nell'alto Medio Evo e sui diritti del re: ma si tratta di teorie. La realtà è tutt'altra. Lo Stato si sgretola, si frantuma, per ricostituirsi, nei suoi frammenti, sotto un'altra forma. Dopo Carlo il Calvo, non ci sono più capitolari e occorrerà attendere il dodicesimo secolo per trovare un nuovo periodo di attività legislativa del re.
Quel che è accaduto è uno spostamento spontaneo del potere dalle mani del sovrano a quelle dell'aristocrazia, che comprende, al tempo stesso, i suoi funzionari. Si può quindi dire, senza timore di sbagliare, che il funzionario usurpa le funzioni a cui adempie. Ciò accade in modo affatto naturale, senza una risoluzione, senza un moto violento, perché il funzionario è signore di molti dei suoi amministrati e proprietario di buona parte della circoscrizione a cui è preposto.
Notiamo del resto che si mantiene assai netta la distinzione tra poteri privati, che egli esercita sulle sue terre e sui suoi uomini, e potere pubblico, vale a dire le prerogative regie che esercita in nome del re, ma ormai a proprio vantaggio. Gli uni, li possiede a titolo personale, come parte del patrimonio. Gli altri, li detiene soltanto per delega regia. Se il conte, nella contea, è giudice supremo, capo militare, esattore di quel che resta del vecchio census romano, beneficiario del diritto al mantenimento ed esattore del telonio34, è perché ha ricevuto la nomina a funzionario. Solo che, tutti questi poteri che esercita in nome del re, li esercita per sé e il re non può impedirlo.
Inoltre, la potenza dell'aristocrazia disfa e ricostituisce a proprio vantaggio le circoscrizioni dello Stato. Questo, dai tempi dei merovingi, è suddiviso in contee molto piccole che i conti-funzionari possono visitare abbastanza facilmente in un sol giorno. Ma, dall'ottavo secolo, i più potenti fra loro incominciano a usurpare il potere in molte contee limitrofe. Matrimoni propizi, accordi amichevoli, la violenza, il favore o il timore che ispirano al re, fanno sì che ben presto essi riuniscano, in un unico agglomerato territoriale, un numero più o meno grande di antiche circoscrizioni. La nuova contea, che si viene a formare da questo sconfinamento, diventa un principato, e il conte, un principe. Conserva il nome che gli deriva dalla burocrazia romana, ma poiché questo ex-funzionario del potere centrale ha fatto proprio il potere che gli fu delegato e ampliato il territorio dove lo esercita, ora è, e rimarrà per secoli, un piccolo sovrano locale.
Tutto ciò è accaduto tra violenze e perfidie inaudite. Il decimo secolo, con il quindicesimo, è l'epoca dell'assassinio politico. La potenza territoriale dei prìncipi feudali non è stata più scrupolosa, nella scelta dei mezzi, di quella dei monarchi assoluti o dei tiranni del Rinascimento; è stata semplicemente più brutale. Ognuno cerca di ingrandirsi a scapito del vicino e qualsiasi arma è buona. La passione della terra domina tutti questi feudatari, e poiché non c'è nessuno che possa tenere loro testa, si scontrano gli uni contro gli altri con tutta la brutalità dei loro istinti. Il re è impotente; e se talvolta pretende di intervenire, il suo funzionario gli muove guerra. Così, Carlo il Semplice è morto nella prigione del conte di Vermandois.
E tuttavia - ed è qui che emerge l'elemento feudale - i principi sono legati al re dal giuramento. L'antica subordinazione dei funzionari è diventata questo. Essi sono i fidi, gli uomini del re. In teoria, è il re che rimane il detentore supremo dei poteri che gli sono stati usurpati, e il giuramento feudale lo riconosce. Dunque non bisogna dire che il feudalesimo ha disgregato lo Stato, perché è vero il contrario. Il feudalesimo mantiene ancora un legame, quanto meno formale, tra il re e i brandelli del regno di cui si sono impossessati i grandi funzionari, divenuti principi, e che il giuramento feudale trasforma in vassalli. C'è in questo un principio che più tardi, quando riacquisterà forza, verrà sfruttato dai giuristi. Per il momento, il re non oppone resistenza e riconosce le usurpazioni che non può impedire. L'ereditarietà dei feudatari è la regola. Al padre succede il figlio e dall'undicesimo secolo, l'ereditarietà viene estesa alle donne.
Questo re, che si considera sempre detentore di tutto il potere, i principi, i suoi grandi vassalli, lo considerano ormai soltanto nella prospettiva feudale. Per loro, non è altro che un nobile al quale sono legati da un vincolo contrattuale. Gli devono aiuto e consiglio, e lui deve loro protezione; se, ponendosi nella propria ottica di re, li aggredisce, loro si ritengono autorizzati a marciare contro di lui. I principi vedono la monarchia diversamente dal re. Ma le conseguenze di tutto questo si faranno sentire solo più tardi; e fino al dodicesimo secolo, salvo rare eccezioni, i sovrani lasceranno fare.
Così, dalla fine del nono secolo all'inizio del decimo, lo Stato si riduce a una forma vuota. Le province sono divenute principati e i funzionari, principi. Il re, salvo che nella propria terra, ormai è solo il "sovrano feudale" del proprio regno. Una miriade di sovranità locali ha sostituito l'antica unità amministrativa nata dall'impero romano. Ma occorre riconoscere subito che si tratta di una situazione normale e sana, che corrisponde allo stato sociale, e quindi ai bisogni della società. L'organizzazione agricola e terriera dell'epoca rendeva impossibile il mantenimento dell'unità amministrativa che lo stesso Carlomagno non era riuscito a tradurre in realtà viva. In che modo il potere politico avrebbe potuto rimanere centralizzato nelle mani del re, in un'epoca in cui gli uomini entravano in massa a far parte della grande proprietà e della clientela della signoria? Esso doveva evidentemente trasferirsi là dove era il potere effettivo e cristallizzarsi, se così si può dire, intorno a coloro che ne erano i veri detentori. La protezione degli uomini non solo è la funzione primordiale dello Stato; ne è anche l'origine. Ora, il re non proteggeva più i suoi sudditi; li proteggevano i nobili. Era dunque necessario e utile che essi smembrassero lo Stato a proprio vantaggio. E certamente ebbero dalla loro quella che potremmo chiamare l'opinione pubblica, diciamo, il sentimento del popolo. Da nessuna parte si rileva che la gente modesta abbia cercato di salvare la monarchia. Non sapeva più cosa fosse.
Nei centri circoscritti dei principati territoriali si è organizzato per la prima volta un sistema di governo e di amministrazione che interviene sugli uomini. Il regno era troppo vasto e fatalmente si limitava a un'amministrazione incontrollabile, senza raggiungere le masse. Qui le cose vanno diversamente. I principi territoriali sono in contatto con la realtà, l'attività privata che svolgono li mette in grado di governare effettivamente i loro paesi di modesta estensione, il numero dei clienti e dei vassalli è proporzionato alla vastità del territorio e fornisce loro il personale necessario. Con modalità diverse nel particolare, ma ovunque identiche nelle grandi linee, ognuno si mette all'opera. Questo lavorìo oscuro, dal punto di vista dello sviluppo sociale, è quanto di più importante ci sia in questo momento, e là dove si è compiuto per la prima volta, nei Paesi Bassi e in Francia, la società è più evoluta. Al di sopra di questo, i re occupano la scena, gli imperatori fanno la grande politica. Ma sono i principi a creare il primo tipo di organizzazione politica originale che l'Europa abbia conosciuto dai tempi dell'impero romano.
Nessuna teoria, naturalmente, nessun pensiero cosciente. La pratica si mette spontaneamente in sintonia con la realtà.
L'ossatura dell'organizzazione territoriale è il patrimonio terriero del principe, perché è da quello che egli trae la forza. Le "corti" più importanti, o quelle meglio situate nei suoi possedimenti, vengono munite di opere di difesa e diventano i castelli (borghi), centri dell'organizzazione militare, finanziaria e giudiziaria. Si tratta in genere di vaste cinte murarie con costruzioni che servono da abitazioni, magazzini per viveri, alloggiamenti per la guarnigione dei cavalieri. Un castellano, che il principe sceglie fra i propri uomini, lo sostituisce nel distretto che prende il nome di castellania. È lui che comanda la fortezza, sorveglia il paese e presiede la corte di giustizia locale. Per far vivere lui e i cavalieri del castello, vengono imposte alla popolazione prestazioni in natura; emerge qui il principio dello stipendio, che i re non hanno conosciuto nella forma di un canone fisso da corrispondere al potere pubblico. Dall'undicesimo secolo, si trovano inoltre tracce di un'imposta comitale (petitio, bedé), e si tratta di un nuovo progresso, quale che ne sia la forma di esazione ancora primitiva e la base imponibile. Così, mentre il re non ha finanze al di fuori dei propri possedimenti, il principe organizza il modo per procurarsene. Non solo, ma batte anche moneta, perché ha usurpato il diritto di coniazione, come gli altri diritti regi, e ne ricava grandi benefici, alterando le monete. Percepisce anche il telonio e, naturalmente, continua a partecipare alle ammende.
Da tutti i punti di vista, il suo potere è molto più forte di quello del re. Infatti, mentre la carica del re diventa elettiva, la sua è rigorosamente ereditaria, e molto presto, già nel decimo secolo, si instaura il diritto di successione unica, cosicché i principati non si smembrano. Stupisce vedere in qual modo si siano mantenuti inalterati fino alla fine dell'Ancien Régime, che li ha conservati come province. Il principe, dal decimo secolo, possiede una storiografia. Ha una corte a immagine di quella del re: cancelliere, maresciallo, siniscalco, coppiere. Ha vassalli suoi, che gli sono più fedeli di quanto egli non lo sia al re, a causa della vicinanza e della maggiore sproporzione delle loro forze. Viene riconosciuto da tutti i monasteri della sua terra, a cui impone a proprio vantaggio canoni o servigi. I testi lo chiamano princeps, monarcha, advocatus patriae, post Deum princeps.
Egli è veramente il capo della terra, della patria, e occorre notare che nel latino del Medio Evo è a queste piccole patrie locali che la parola, così bella, ha incominciato a essere applicata. Qui, per la prima volta si è formato quel patriottismo che, presso i moderni, sostituisce il senso civico dell'Antichità. Assomiglia al sentimento di famiglia e, di padre in figlio, si imprime nell'uomo che è capo e protettore del gruppo. Il suo stemma diventa quello del popolo. Ci si riunisce nella fedeltà comune che si nutre per lui. Non è esistito niente di simile sotto i Merovingi o i Carolingi e più tardi si ritroverà lo stesso sentimento solo per il re. Il patriottismo moderno, nato dal sentimento dinastico, si è formato prima di tutto nei principati.
Il principe, infatti, è il protettore della sua gente. Paga di persona e il dinamismo della sua vita e del suo ruolo sociale non hanno uguali. Non solo conduce personalmente i suoi uomini in guerra e si lancia insieme a loro contro il nemico, ma presiede anche ai suoi tribunali, fa i conti insieme agli esattori, decide personalmente di tutte le questioni importanti, e soprattutto ha cura di assicurare la "pace" pubblica. Garantisce la sicurezza delle strade, estende la protezione ai poveri, agli orfani, alle vedove e ai pellegrini, non dà tregua ai banditi di strada e li fa impiccare. È il giustiziere supremo della sua terra, il custode e il garante dell'ordine pubblico, ed è in questo che il suo ruolo è essenzialmente sociale. Quando si parla di feudalesimo "sanguinario" bisogna capirsi. Lo è stato all'esterno, nei confronti del nemico, non fra i suoi. Non v'è dubbio che la società abbia iniziato la propria educazione politica nell'ambito dei principati feudali. Lo smembramento del grande Stato da cui essi sono nati non ha toccato gli uomini, la sua azione è passata al di sopra delle loro teste. Il regno ha tracciato i quadri della vita politica e ha permesso che il cristianesimo penetrasse nel paese, si è alleata la Chiesa e ha fondato un ideale di monarchia che sopravvive e che in avvenire sarà un'idea forza. Ma gli mancava la presa sugli uomini. Per raggiungerli e governarli occorreva il potere vicino, solido e attivo dei principi locali. Ed essi - tutti quei principi gendarmi dai nomi bizzarri, quei rudi guerrieri, malgrado le perfidie, gli assassinii, le rapine ai danni dei vicini - meritano di prendere il posto tra coloro che hanno fatto la civiltà dell'Europa. Nella vita politica e sociale, sono stati i primi fondatori di istituzioni.



2. La nobiltà e la cavalleria.

Nel decimo secolo, gli Stati europei hanno visto nascere una classe giuridica nuova, la nobiltà. Per valutarne l'importanza, basta notare che dal punto di vista politico è la sola, nella società laica, a possedere diritti politici. Più tardi, la borghesia si farà posto al suo fianco, un posto sempre più grande, ma che, fino alla fine dell'Ancien Régime, sarà nondimeno considerato di second'ordine. Nella storia d'Europa, la nobiltà svolge pressappoco - benché in condizioni assai diverse - il ruolo che i patrizi ebbero nella storia romana, e la borghesia, quello dei plebei. Solo nello Stato moderno si fondono nella massa dei cittadini, più o meno come il diffondersi dei diritti di cittadinanza, nell'impero, ha fatto scomparire la vecchia distinzione tra patrizi e plebei.
La nobiltà ha esercitato sulla storia d'Europa un'influenza così importante e generalizzata che quasi non ci si rende conto che si tratta di un fenomeno originale ed esclusivo della società cristiana occidentale. Né l'impero romano, né l'impero bizantino, né il mondo musulmano hanno conosciuto niente di simile. Senza dubbio, in tutte le società primitive è presente una nobiltà di origine mitologica. Ma questa nobiltà scompare con la civiltà. Così è stato per la vecchia nobiltà germanica che non sopravvisse alle invasioni. Quella del Medio Evo, di cinque secoli posteriore, è una formazione del tutto nuova e assai diversa.
Essa è stata preceduta da questa aristocrazia potente, in parte romana, in parte formata da parvenu e da funzionari che abbiamo visto nascere e svolgere un ruolo sempre più importante dopo la formazione dei nuovi regni. Ma questa aristocrazia non è una nobiltà, nel senso che non è una classe giuridica alla quale si appartiene per nascita. È semplicemente una classe sociale composta dal gruppo degli uomini potenti. Inoltre, a prescindere dal potere che detiene di fatto, in linea di diritto non possiede alcun privilegio. Il più grande proprietario del tempo di Carlomagno di fronte alla giustizia non ha una posizione diversa da quella di un qualsiasi uomo libero.
Due cause hanno contribuito alla formazione della nobiltà: la diminuzione costante del numero degli uomini liberi, e il servizio militare nella sua forma feudale; fra queste due cause, la seconda è molto più importante della prima, di cui si può anche non tenere conto.
Il diffondersi del sistema del grande feudo, da un punto di vista giuridico, ha degradato la popolazione rurale, riducendola a uno stato di servitù più o meno completa. Coloro che hanno conservato la libertà, si sono trovati in una situazione privilegiata e dal decimo secolo, la parola liber assume il significato di nobilis. Le vecchie consuetudini giuridiche, in materia di famiglia o di eredità, si applicano solo a loro. Il diritto comune dei liberi si restringe in loro favore e diventa un diritto d'eccezione. Nel diritto romano, il connubium si è generalizzato. All'inizio del Medio Evo si è ridotto. Il diritto di famiglia finisce col diventare appannaggio di un esiguo numero di uomini, come la libera proprietà ereditaria (allodio, allodium).
Questi uomini liberi, di cui è impossibile valutare il numero, conservano naturalmente il diritto a portare le armi. Le loro proprietà gli permettevano di mantenere un cavallo da guerra. Sono prima di tutto guerrieri.
Ma accanto a loro, e assai più numerosa, per lo meno in Francia, c'è un'altra classe di uomini liberi, i vassalli. Questi non vivono di una proprietà, di un allodio personale, ma del feudo che, in quest'epoca agricola, fa loro da paga. Come gli altri, più ancora degli altri, sono uomini d'arme. A differenza dei primi, la loro posizione non è ereditaria, perché il feudo si trasmette di padre in figlio solo se il figlio risulta idoneo alla guerra. Se il padre lascia figlie femmine, o maschi non idonei al servizio militare, il feudo ritorna al signore. Ma ciò accade raramente. In Francia, da Carlo il Calvo, i feudi sono ereditari e se in Germania questo principio è stato riconosciuto formalmente soltanto sotto Corrado secondo, di fatto, le cose andavano così anche prima di allora.
Accanto a questi soldati liberi, gli uni proprietari di allodi, gli altri detentori di feudi, ve ne sono altri non-liberi. Sono servi robusti e fedeli, che in guerra i signori assumono come guardie del corpo e a cui, in tempo di pace, affidano compiti di fiducia, ministeriales, dienstmannen, numerosi soprattutto in Germania, che formano l'aristocrazia della servitù.
Tutti, liberi o no, sono uniti dalla comunanza di una stessa professione, quella delle armi, e presso il resto della popolazione godono di una considerazione speciale. Infatti, dal momento che tutte le attività intellettuali sono appannaggio del clero, non c'è che il mestiere delle armi che possa dare al laico un posto privilegiato nella società.
Nella classe militare si entra solo con la maggiore età. Per esservi ammessi, è necessaria una cerimonia speciale: la consegna delle armi da parte del signore o di un compagno d'arme. È questa cerimonia che fa del giovane un cavaliere, vale a dire, semplicemente, un soldato a cavallo e che conferisce a chi la riceve i vantaggi e il prestigio della posizione che va a occupare. All'inizio, se il figlio di un cavaliere non riceve a sua volta l'investitura, rimane un semplice villano35, e poiché le figlie femmine non possono riceverla, non godono di alcuna posizione speciale. Ma si tratta evidentemente di una situazione transitoria. Del resto, lo stato di fatto prepara il diritto. Come regola generale, il figlio di un cavaliere sarà cavaliere. Quel figlio, dunque, fin dalla nascita, è considerato membro della casta militare, e anche le figlie nate da un padre cavaliere, condivideranno la sua posizione. Nel momento in cui si arriva a questo - e, almeno in Francia, ciò accade alla fine del decimo secolo - nasce la nobiltà, vale a dire una classe ereditaria che conferisce un rango particolare, nello Stato, indipendentemente dalla condizione sociale. Sono nobiles tutti coloro che appartengono, a titolo personale o per via di antenati, alla milicia. La libertà non è neanche un requisito assolutamente essenziale, visto che col tempo, certi ministeriales vengono considerati nobili36.
Così, la classe dei vassalli si confonde praticamente con la nobiltà. Ma la nobiltà non viene dal feudo. In definitiva, si può fare cavaliere qualcuno che non ha feudo e solo molto più tardi (tredicesimo secolo) viene istituita la regola generale che vieta ai plebei di possederne. È dunque la funzione sociale che ha creato la nobiltà, ma una funzione sociale che presuppone l'indipendenza economica, grazie alla proprietà personale (allodio) o feudale (feudo). La nobiltà, in realtà, è l'esercito, un esercito ereditario. Da qui, i suoi privilegi, che si spiegano e si impongono come contropartita del servizio reso. Il nobile non pagherà imposte sulla terra del conte, perché gli fornisce il servizio militare. Questo è il solo, vero privilegio della nobiltà: non ne ha altri. La speciale posizione giuridica, lo statuto particolare in materia di famiglia, la particolare procedura di cui gode in tribunale, non sono altro che la sopravvivenza del diritto comune degli uomini liberi che si è modificato per i villani.
L'importanza della nobiltà sta nel suo ruolo sociale. Elevata dalle funzioni militari che svolge al di sopra del resto della popolazione, in rapporto continuo con i principi, è lei, e lei sola, a fornire il personale amministrativo, così come è lei sola a formare l'esercito. È dal suo seno che esprime i castellani, i sindaci, tutti i funzionari dell'amministrazione territoriale. Si presenta dunque non solo come casta militare, ma anche come casta politica. Al suo fianco, c'è il clero. Al di sotto di entrambi, la massa della plebe, il cui lavoro li fa vivere e di cui essi in cambio si occupano, l'uno guidando le anime, l'altra proteggendo i corpi. Non si tratta di una visione teorica a posteriori. Gli scrittori dell'epoca l'hanno perfettamente rilevato e notato a chiare lettere.
Questa nobiltà è estremamente numerosa e si concentra soprattutto là dove l'istituzione del latifondo è così sviluppata da rendere facile la possibilità di fondare feudi. Si può dire che l'evoluzione sociale è proporzionale alla quantità, o piuttosto alla densità, della cavalleria che va decrescendo man mano che ci si sposta dalla Francia verso l'Elba. In Francia e nei Paesi Bassi, si può supporre che in ogni città rurale fossero presenti molti cavalieri, e non si sarà certamente lontani dal vero valutando che, almeno in quei paesi, essi rappresentassero un decimo della popolazione totale.
Inoltre, non bisogna pensare che conducessero una vita molto raffinata. Con i loro feudi e le loro piccole proprietà riescono appena a vivere. Il loro equipaggiamento militare si compone di una lancia, un elmo di ferro, uno scudo e un abito di cotone. Solo i più ricchi hanno una cotta d'arme. Da quei rudi soldati che sono, quando la guerra gliene lascia il tempo, si cimentano in tornei che assomigliano a vere e proprie battaglie. Vi partecipano a centinaia, raggruppati per regione, impegnandosi in lizze cruente, fino a che più d'uno tra loro rimane sul campo. Sono turbolenti quant'altri mai e in queste guerre private - vendette familiari nelle quali sono implicati di continuo - si massacrano con furore. Invano la Chiesa, dalla fine del decimo secolo, prima in Francia e più tardi in Germania, ha cercato di ridurre i giorni di battaglia con la pace di Dio. La consuetudine è stata più forte. Alla fine del dodicesimo  secolo, il cronista Lamberto di Waterloo racconta che dieci fratelli di suo padre furono uccisi tutti lo stesso giorno dai nemici in uno scontro presso Tournai; e all'incirca nella stessa epoca, il conte di Fiandra Roberto il Frisone, facendo l'elenco degli assassinii commessi nei dintorni di Bruges, rileva che occorrerebbero più di 10.000 marchi d'argento per pagarne la sepoltura. Naturalmente, in un ambiente simile, non esiste cultura intellettuale. Solo tra i più ricchi, un ecclesiastico insegna a leggere alle giovinette della famiglia. Quanto ai maschi, che vanno a cavallo da quando riescono a reggersi in sella, non sanno far altro che battersi. Canti militari come quello intonato da Taillefer durante la battaglia di Hastings, ecco la loro letteratura. Sono violenti, rozzi, superstiziosi, ma eccellenti soldati. Pensiamo, in questo senso, alle imprese dei Normanni in Sicilia, alla conquista dell'Inghilterra, allo sbalordimento dell'imperatore Alessio di fronte ai cavalieri fiamminghi che passarono per Costantinopoli, e soprattutto alla straordinaria impresa delle Crociate. Queste qualità che fanno dei cavalieri della Francia e dei Paesi Bassi i migliori guerrieri del loro tempo, non hanno niente a che fare con la razza; sono frutto dell'addestramento, che è stato migliore in Occidente, perché, qui, la cavalleria è stata più numerosa e ciò a causa del maggiore sviluppo del sistema feudale.
Alla fine dell'undicesimo secolo, la cavalleria è diffusa ovunque. Ma i costumi cavallereschi, voglio dire quel codice di cortesia e di lealtà che distingue il gentiluomo dopo le Crociate, non esiste ancora. Perché si produca occorrerà un maggior affinamento. Tuttavia, i due sentimenti su cui esso poggia - la devozione e l'onore - sono già presenti nella cavalleria. Non esistono persone più devote di questi soldati, malgrado le superstizioni e le brutalità che li contraddistinguono. Rispettano scrupolosamente il diritto d'asilo, interrompono l'inseguimento di un nemico non appena vedono svettare in lontananza le torri di un monastero. Seguono con devozione esemplare le reliquie che i monaci portano in giro per il paese. Intraprendono pellegrinaggi in terre lontane, a Roma, a Gerusalemme. È lungo le strade del loro peregrinare che sembra addirittura siano nati i poemi dell'epoca feudale. Quanto all'onore, questo sentimento che i moderni hanno ereditato da loro, è squisitamente militare. Non l'onore moderno vero e proprio, che è più raffinato. È prima di tutto il sentimento della fedeltà, la lealtà. Questi cavalieri praticano in genere la perfidia, ma non ritirano mai la parola data. L'omaggio (homagium) che a poco a poco si è andato perdendo nell'uso della lingua, esiste per loro in tutta la sua forza e risponde all'offerta completa che fanno al signore della propria persona. Considerano la fellonia il peggiore dei crimini37. Valutano tutto da un punto di vista personale e da uomo a uomo. Il sentimento dell'obbedienza e della disciplina gli è assolutamente estraneo. Nel momento in cui si sentono colpiti, si ribellano, e il loro parlare franco è qualcosa di assolutamente straordinario. L'indipendenza economica ha spontaneamente diffuso fra loro tendenze che si sono mantenute anche in seguito, in altre condizioni, e hanno assunto forme più raffinate. La base naturale su cui, con l'andare del tempo, si edificherà la nobiltà, si forma dunque a partire da questo momento. Essa è facilmente comprensibile e del tutto diversa da quella su cui si fonderà la borghesia. Tutta la nobiltà, dal primo all'ultimo dei suoi componenti, conserverà sempre l'impronta della discendenza da una classe d'uomini a cui era estranea qualsiasi idea di profitto, qualsiasi idea di lavoro produttivo. In un certo senso, l'antica idea del lavoro come qualcosa di indegno dell'uomo libero si ritrova nella cavalleria. Ma l'uomo libero dell'Antichità dedica il proprio tempo libero, che deve al lavoro degli schiavi, alla cosa pubblica; il cavaliere del Medio Evo si serve invece di ciò che gli dà la sua terra, per dedicarsi alla professione militare e al servizio del suo signore. Dovranno passare dei secoli e dovrà accadere che la nobiltà venga destituita dal rango che occupava un tempo, perché il "vivere nobilmente" finisca col diventare sinonimo di "vivere senza far niente".



LIBRO QUARTO LA GUERRA DELLE INVESTITURE E LA CROCIATA.

CAPITOLO PRIMO La Chiesa.

1. Il papato.

L'Impero declinava e, come abbiamo visto, il papato aveva approfittato della sua perdita di vitalità e di splendore. Tuttavia, solo con le proprie forze, non poteva mantenersi all'altezza a cui era assurto. Essa poggiava sull'impero - se mi si passa il termine, vi si era issata sopra - e quando l'impero si sgretolerà, la Chiesa precipiterà con lui. Dapprima violentata da re di fortuna che si disputano l'Italia e la corona imperiale, all'inizio del decimo secolo, diviene preda del feudalesimo romano. I signori della campagna di Roma lottano fra loro per chi la farà entrare nella propria casata. Certo, il papa continua a essere nominato dal clero e dal popolo della città, ma è facilissimo imporne la scelta agli elettori con la forza, o rovesciare l'eletto che non sia di gradimento del partito più potente. L'elezione del papa da parte della comunità del clero e dei fedeli era avvenuta regolarmente per tutto il tempo che a fianco del papato si era schierato un potere forte. Dapprima, ne aveva avuto il controllo l'esarca, poi i missi. Ma dopo la decadenza dell'impero, la designazione del papa avviene sotto la pressione dei feudatari. I papi del tempo appaiono e scompaiono a beneplacito delle fazioni feudali: alcuni muoiono assassinati, altri finiscono la vita in prigione. In questo ambiente romano dove la decadenza morale dei costumi sembra andare di pari passo con la loro brutalità, più di una volta intrighi di donne hanno disposto della tiara. Marozia e Teodora, tramite i loro amanti o i loro successivi mariti, riescono a farla destinare ai propri figli: la leggenda della papessa Giovanna non è che l'esasperazione, spinta alla caricatura, degli scandali purtroppo veri di quest'epoca. Un figlio di Marozia, Alberico da Tuscolo finisce col diventare signore di Roma e facitore di papi. Si era preoccupato di far riconoscere dai Romani il figlio Ottaviano come proprio successore e futuro papa. Morto Alberico, questo figlio gli succedette come signore della città, e, nel 955, all'età di 18 anni, ricevette il sommo pontificato come si riceve un feudo, con il nome di Giovanni dodicesimo. Eppure, questo papa feudale sarebbe stato lo strumento della restaurazione dell'impero. Occorre dire che nessun'altra considerazione lo spinse a ciò, se non quella del proprio interesse personale e che nel grande gesto che compì egli non vide altro che un semplice espediente. Se nel 962 chiamò Ottone I a Roma e gli pose sul capo la corona imperiale, è perché in quel momento sollecitava il suo appoggio contro il marchese Berengario d'Ivrea, suo mortale nemico, che si proclamava re d'Italia. Le tradizioni del tempo di Leone I e di Carlomagno, erano così degradate che Giovanni dodicesimo certamente non pensò che Ottone potesse farsi dell'impero un'idea più elevata di quella che egli stesso si era fatta del papato. Nessuno a Roma comprendeva più i grandi concetti che un tempo avevano dominato la storia. Quando si rese conto che il nuovo imperatore prendeva il potere sul serio e che la sua signoria romana era minacciata, si affrettò a tradirlo e a tramare contro di lui. Ottone tornò a Roma, convocò un sinodo nel quale fece deporre Giovanni dodicesimo, e impose ai Romani il giuramento di mai più nominare papi in futuro senza il consenso suo o di suo figlio. In sua presenza fu eletto Leone ottavo, quindi se ne andò. Ma i Romani avevano ceduto solo alla forza. Appena Ottone fu partito, cacciarono Leone, richiamarono Giovanni dodicesimo e, dopo la sua morte, gli sostituirono, senza preoccuparsi del giuramento, Benedetto quinto. Ottone dovette tornare ad assediare la città, catturò Benedetto che mandò in esilio ad Amburgo, e reinsediò Leone. Alla morte di questi, Giovanni tredicesimo, nominato sotto l'influenza tedesca, fu ben presto scacciato da una rivolta e nel 961 l'imperatore dovette riattraversare le Alpi per rimetterlo sul trono.
Come si vede, il papa, in tutti questi conflitti, si presenta di fronte all'imperatore semplicemente come un signore di Roma, quasi un vassallo disobbediente. Il contrasto fra i ricordi grandiosi evocati dal nome che porta, e il ruolo locale a cui è confinato è stridente. Grazie alla lontananza dalla Germania, il feudalesimo romano, dopo essersi piegato, risolleva sempre la testa. Sotto Ottone secondo, i Crescenzi, a Roma, sono potenti quanto lo era stato Alberico prima di loro, e la disfatta di Rossano non ha certo indebolito il loro ascendente.
Ottone terzo sognò confusamente di ricostituire l'alleanza fra il papa e l'imperatore, secondo la teoria, non secondo la realtà carolingia. Sognò di fare di Roma il centro del duplice potere che da lì, avrebbe governato la cristianità in un'unione indissolubile. All'età di 25 anni, arriva nella Città, fa eleggere il cugino Brunone con il nome di Gregorio quinto(996) e riceve da lui la corona imperiale. Poi, alla sua morte, sceglie come successore al trono di San Pietro l'uomo più sapiente del suo tempo, Gerberto, prima arcivescovo di Reims e poi di Ravenna, che prende il nome di Silvestro secondo, a ricordo di quel Silvestro I che la leggenda vuole abbia battezzato Costantino. L'imperatore si insedia al suo fianco sull'Aventino, in un palazzo il cui fasto ricorda quello di Bisanzio e la cui etichetta si ispira all'austerità delle regole monastiche. Immerso nelle sue fantasticherie idealistiche, dove aleggia l'influenza di sua madre Teofane e dei vescovi che lo hanno educato, sembra abbia creduto possibile restituire a Roma - ma una Roma dove il papa avrebbe condiviso il potere con l'imperatore - il ruolo di centro del mondo. Né lui, né Gerberto, persi dietro ai loro sogni, hanno visto la realtà. Ma la realtà si è crudelmente vendicata. Una rivolta dei Romani lo costrinse a fuggire; morì il 23 gennaio 1002, a Paterno, ai piedi del Monte Soratte, per il suo sogno infranto.
E di nuovo le fazioni si contendono la città, i Crescenzi da una parte, i conti di Tuscolo dall'altra. Benedetto ottavo, creatura di questi ultimi, rimane al suo posto, chiamando in aiuto Enrico secondo, come Giovanni dodicesimo aveva fatto con Ottone. Gli succede il fratello Giovanni diciannovesimo (1024-1033), un laico, che in un sol giorno ricevette tutti i gradi del chiericato. Egli incorona Corrado secondo. Dopo di lui, viene eletto un terzo membro della famiglia dei conti di Tuscolo: Benedetto nono. I Crescenzi lo cacciano e lo sostituiscono con Silvestro terzo, che dopo poco viene espulso a sua volta dall'avversario, il quale rientra alla testa del suo partito. Silvestro vende allora il proprio titolo a Gregorio sesto. Ci sono tre papi in una sola volta!
Il ristabilimento dell'impero non è dunque servito a rinforzare il papato. Salvo Ottone terzo, i nuovi imperatori non riprendono la tradizione carolingia. Governano con la Chiesa, vale a dire con i vescovi, ma non con il papa, il quale serve solo a incoronarli.
Quanto al resto, essi non riescono a ristabilire l'ordine a Roma e ciò li preoccupa poco. D'altronde, il papa non può intralciarli, dal momento che non esercita alcuna autorità sulla Chiesa. E a Roma, il clero, in mano alle fazioni, non protesta e non fa alcuno sforzo per restituire al seggio di Pietro il suo antico splendore, e neanche la sua dignità. Dall'esterno doveva venire la riforma che lo avrebbe risollevato, e come conseguenza ineluttabile, lo avrebbe messo in conflitto con l'imperatore.

2. La riforma di Cluny.

Sotto i Carolingi, la disciplina, la morale, la scienza e la ricchezza della Chiesa si erano risollevate o accresciute. Esse dipendevano dal loro appoggio e, quindi, dalla loro potenza. Il declino della Chiesa le avrebbe portate ad attraversare - e lo fece in realtà - una crisi che, come la crisi dell'organizzazione politica, fu comunque il punto di partenza di un rinnovamento di attività. In Germania, dove, dai tempi degli Ottoni, la Chiesa imperiale poggiava su solide basi, questa crisi durò poco e, sotto la direzione dei vescovi, ben presto venne ripresa la tradizione carolingia, e la cultura intellettuale del clero seguì nuovamente la via tracciata da Carlomagno e da Alcuino. Ma nell'Europa occidentale le cose non andarono allo stesso modo. Il feudalesimo, diffondendosi e distruggendo lo Stato, ebbe ripercussioni anche sulla Chiesa. In Francia, in Lotaringia, in Italia, la situazione dei vescovi è pressappoco la stessa di quella del papa a Roma. Devono difendersi contro i feudatari dei dintorni, oppure vengono imposti al clero da quegli stessi feudatari, cacciati se non piacciono al partito più forte, assassinati, talvolta, se lo sfidano troppo apertamente. Il papa non può niente per loro; in Francia, il re non può proteggere altri se non quelli che appartengono alle sue proprietà, che del resto nomina personalmente. La situazione dei monasteri è ancor più deplorevole. I signori laici che si impongono come loro protettori, quando non prendono con la massima disinvoltura il titolo di abati, ne depredano le terre, istituiscono feudi per i propri uomini a detrimento delle proprietà monastiche, impongono loro il mantenimento di servitori e mute, in breve, li saccheggiano senza che nessuno possa intervenire.
Poiché il potere laico si indebolisce, la Chiesa attraversa una crisi momentanea da cui uscirà più forte perché sarà sola. Era capace di vivere senza l'aiuto di altri e di impiegare per sé soltanto le forze che si erano temporaneamente messe al servizio dello Stato. Era inevitabile che il rinnovamento venisse da quella parte del clero più svincolata da alleanze laiche, vale a dire, dai monaci.
A differenza di ciò che accade per lo Stato, il male della Chiesa non è che in superficie. Essa accusa il contraccolpo dell'espansione feudale, ma poiché la sua organizzazione è al di fuori della società politica, non può esserne intaccata. L'organizzazione episcopale sussiste, così come i monasteri; e anche la devozione, perché se scienza e disciplina perdono di vigore, essa si sviluppa, nel senso che si diffonde. Nel decimo secolo, nel paese le parrocchie si moltiplicano. Chiese rurali popolano ora le campagne. Le proprietà monastiche, meglio organizzate di quelle dei laici, attirano gli uomini in massa. Molti di loro diventano cerocensuales (vale a dire servi della chiesa), appartengono al santo patrono del monastero, andando a formare un'accolita di suoi sostenitori che ne diffonde il culto e ne vanta i miracoli. Siamo in pieno periodo dei santi locali, così come di governi locali: san Lamberto, sant'Uberto, san Bavone, san Trond. Sono in un certo senso i grandi vassalli di Dio sotto la protezione dei quali ci si pone. Le loro reliquie esercitano un influsso magico. I monaci le portano in giro per il paese. Servono a far desistere i cavalieri dalle guerre private e la potenza miracolosa che possiedono si riversa sui monaci che le custodiscono. Perché i santi, in genere sono nei monasteri, non nelle diocesi. L'influenza delle abbazie aumenta perché molte chiese rurali sono di loro proprietà o dipendono da esse e hanno monaci per cappellani. L'ideale che si coltiva della santità, è l'ideale monastico: la rinuncia al secolo per salvare l'anima, a esclusione di qualsiasi attività sociale, e di qualsiasi altra virtù che non siano la rinuncia, l'umiltà e la castità. Da qui sarebbe venuto il rinnovamento della Chiesa, non dai vescovi, fossero essi semi-feudatari come in Francia, o fedeli alla tradizione carolingia come in Germania. Il loro sapere non ha alcun effetto su questo pubblico incolto, che ha bisogno di santi e di taumaturghi.
In questo senso il feudalesimo, al pari del popolo, pensa che i vescovi siano suoi avversari. Saccheggia i monasteri, ma li rispetta e, sul letto di morte, i principi che li hanno maggiormente depredati, fanno loro cospicue donazioni. Tutti venerano la santità e deplorano il disordine in cui sono caduti i monasteri, pur essendone loro la causa.
Si vede bene quali siano i loro sentimenti per l'appoggio che danno all'ascetismo, nel momento in cui si manifesta con un certo spicco. In Lotaringia, Gérard di Brogne, cavaliere fattosi monaco e ben presto celebre per la disciplina che fa regnare nel piccolo monastero da lui fondato sulle proprie terre, viene incaricato dai conti di Hainaut e di Fiandra di riformare le abbazie dei loro paesi. Questo movimento locale è significativo e mostra quanto il terreno fosse pronto per la riforma decisiva, partita da Cluny. Questo monastero, fondato nel 910 da Guglielmo d'Alvernia, sotto la guida di uomini come Oddone (a. 943) o Odilon de Mercoeur (a. 1049), svolse un ruolo paragonabile, per importanza, a quello dei Gesuiti nel sedicesimo secolo. Qui, naturalmente, non si tratta di combattere l'eresia, bensì di un orientamento del pensiero e del sentimento religioso. Credo si possa dire che con Cluny, il monachesimo lascia per secoli la sua impronta sul cristianesimo occidentale. Senza dubbio, già prima di allora i monaci hanno avuto un ruolo notevole, soprattutto con la conversione dell'Inghilterra. Ma il clero secolare è più importante: è attraverso di esso che si realizza l'alleanza tra la Chiesa e lo Stato. All'epoca carolingia, i vescovi sono per metà funzionari regi; in Germania, diventano principi. Ora, è proprio questo ciò che condannano i Cluniacensi. Per loro, il secolo è l'anticamera dell'eternità. Tutto deve essere sacrificato ai fini ultraterreni. La salvezza dell'anima è tutto, e non può realizzarsi che attraverso la Chiesa, la quale, per adempiere alla propria missione, non deve assolutamente venire contaminata dall'ingerenza temporale. Qui non si tratta più dell'alleanza tra Chiesa e Stato, ma della subordinazione totale dell'uomo e della società alla Chiesa, intermediaria tra lo Stato e Dio, nell'ambito spirituale. Occorre dunque considerare colpevole di simonia chiunque assecondi l'ingerenza del potere laico nelle questioni religiose. Il prete appartiene soltanto alla Chiesa. Non deve più avere un signore, non deve più avere una famiglia. Il matrimonio dei preti, tollerato di fatto, è un abominio che deve scomparire. Spiritualizzazione completa della Chiesa, osservazione assoluta del diritto canonico, ecco, se non il programma vero e proprio, almeno la tendenza di Cluny. Nell'ambito della devozione, l'ascetismo; nell'ambito politico, la piena libertà della Chiesa, la rottura dei vincoli che la tengono legata alla società civile. In questo senso, Cluny si può dire anti-carolingio. Ma è papista, perché è evidente che la Chiesa, per essere indipendente, deve unirsi sotto il suo capo, che è a Roma.
Queste conseguenze politiche, implicite nella riforma, non si sono manifestate immediatamente. Fin dal principio, si è visto in Cluny solo un rinnovamento della vita ascetica e da ogni parte, principi e vescovi gli hanno chiesto monaci per rinnovare le abbazie delle loro terre. Dalla metà del decimo secolo, la riforma si diffonde in tutta la Francia, in Italia, in Fiandra, raggiunge la Lotaringia, da dove, all'inizio dell'undicesimo secolo, si diffonde in Germania. E ovunque si introduce, la devozione aumenta, una devozione esteriore, che consiste prima di tutto nel piegarsi al culto, nel rispettarne le feste, nel rimettersi in tutto e per tutto alla Chiesa, sposa di Cristo, sua rappresentante in terra, sorgente mistica di grazia e di salvezza. Aumenta il numero di cavalieri che entrano in religione38, dei principi che muoiono indossando l'abito da monaco39; le fondazioni di monasteri nuovi si moltiplicano. Dal decimo all'undicesimo secolo ne sorgono in quantità. La Chiesa si presenta decisamente come un'istituzione sovrumana. Si vive nel sublime. I miracoli sono all'ordine del giorno. Ogni epidemia ne provoca qualcuno. Ogni peste, ogni carestia, dà luogo a manifestazioni straordinarie, come le grandi processioni di Tournai (undicesimo secolo). A Saint-Trond, la somma annua delle offerte dei fedeli supera tutte le altre entrate del monastero. Poiché è stata decisa la costruzione di una chiesa, il popolo vi trasporta spontaneamente da Colonia pietre e colonne portate dal Reno. La pace di Dio, che interrompe le guerre private in occasione delle grandi festività annuali, è una delle conseguenze di questa azione straordinaria della Chiesa sui sentimenti e sulle idee. Ma ne sono conseguenza immediata anche i contrasti che si scatenano nell'undicesimo secolo contro i preti sposati.
Non sono mancati conservatori che si sono allarmati per queste nuove disposizioni. Secondo Egberto di Liegi e Sogberto di Gembloux, questi monaci esagerano; la dimensione sublime e assoluta delle loro visioni li spaventa. All'inizio, questa disposizione di spirito è generalizzata fra il clero imperiale. Gerardo di Cambrai non vuole introdurre la pace di Dio nella sua diocesi. Eppure, tutti gli spiriti più nobili e i cuori più puri si accostano alla nuova fonte come a un ideale. E nessuno osa combatterla, perché sarebbe come combattere Dio stesso. La potenza di questo movimento ha lasciato vestigia che abbelliscono ancora il nostro suolo. Ora, per la prima volta, si innalzano grandi chiese e l'arte religiosa incomincia a costruire templi troppo grandi per il popolo, ma sempre troppo piccoli per la Maestà Divina40. L'undicesimo secolo è un'epoca straordinaria di costruzioni religiose, il vero punto di partenza della grande architettura occidentale, fino ad allora dominata sempre da Bisanzio e Ravenna. È anche la dimostrazione dell'incremento enorme del patrimonio della Chiesa. Soprattutto per i monasteri, il decimo e l'undicesimo secolo sono, per eccellenza, l'epoca delle donazioni. Naturalmente la ricchezza permette loro di esercitare una maggiore influenza sociale: elemosine, protezione dei poveri, e così via.
Occorre notare inoltre che se la Chiesa è una casta sacerdotale e, come la nobiltà, sempre più una classe militare, d'altra parte accoglie tutti. Un servo non può entrare a far parte della nobiltà, ma può entrare nella Chiesa. Per questo, basta che vada a scuola e impari il latino. Dal momento in cui riceve la tonsura, è clericus e, nel fulgore che circonda la casta, il ricordo della sua origine scompare. Si può dire che chiunque, per quanto povero, ha in tasca la croce da vescovo. Per chiuso e impenetrabile che sia l'alto clero, il suo reclutamento alla base è quanto di più democratico possa esistere. Non va dimenticato che Gregorio settimo è figlio di un contadino. In seguito le cose cambieranno. Ma ogni volta che nella Chiesa si produrrà un rinnovamento della fede che si manifesti con una riforma, si vedrà riapparire questa rigenerazione attraverso il popolo. Essa fu certamente molto potente tra i Cluniacensi, e questo è un altro dei motivi del loro successo.
Infine, nel decimo e undicesimo secolo la Chiesa conquista definitivamente la posizione privilegiata che conserverà nella società fino alla fine dell'Ancien Régime. Per qualsiasi materia, il clero è svincolato dai tribunali civili, e i tribunali ecclesiastici (giudici dei tribunali vescovili) hanno esteso la propria competenza a tutte le questioni civili che toccano la vita religiosa, o perché, come il matrimonio, sono sostanzialmente soggetti al sacramento, o perché, come i contratti, si accompagnano a un giuramento che ne fa degli atti religiosi.
Così dunque, diventando più debole, lo Stato carolingio ha cessato di tenere per mano la Chiesa, sua alleata. Essa ne ha momentaneamente sofferto, e la posizione dei suoi ministri supremi, dal papa ai vescovi, vacilla ovunque, tranne che in Germania. Ma l'indebolimento che glien'è venuto di riflesso, è stato compensato da una libertà più completa e da un orientamento del sentimento religioso che, senza più preoccuparsi del secolo, si volge esclusivamente verso il cielo. I monaci, soprattutto i monaci cluniacensi, sono gli apostoli di queste tendenze nuove, che raggiungono un duplice risultato; da una parte, poiché la Chiesa è la mediatrice indispensabile della salvezza, tendendo esclusivamente verso i fini ultimi, acquista un ascendente sulle anime quale non ha mai avuto prima d'ora. Dall'altra, si trova investita di una forza straordinaria perché ciò le consente di rifiutare qualsiasi tutela, qualsiasi ingerenza laica nelle questioni che la riguardano, come un oltraggio alla propria purezza. Da ultimo, il prestigio le frutta un'immensa ricchezza in termini di terre, elemosine e privilegi.
Tutto questo movimento si è sviluppato al di fuori di Roma e del papato. Ma doveva necessariamente arrivare fino a loro e restituire d'un tratto al successore di Pietro, degradato in mezzo agli intrighi feudali e ai conflitti di partito, protetto dall'imperatore e impotente nelle sue mani, il governo di quella forza immensa che lavorava per lui e aspettava il momento di agire sotto il suo comando.



CAPITOLO SECONDO La guerra delle investiture.

1. L'Impero e il papato da Enrico terzo (1039).

Rilevando nel 962 l'impero caduto in rovina, screditato dai suoi ultimi titolari e che, dal 915, non ne aveva neanche più, Ottone volle senza alcun dubbio restaurare la tradizione carolingia. Ricevendo la corona dalle mani di Giovanni dodicesimo, e assumendo il titolo di imperatore dei Romani (Romanorum imperator), si attribuiva dunque il ruolo di capo temporale della cristianità su cui si fondava l'essenza stessa della dignità imperiale. Il potere che assumeva era un potere universale, universale quanto lo era l'obbedienza alla Chiesa. Ma quale contrasto tra ciò che era e ciò che avrebbe dovuto essere! Sotto Carlomagno, sotto Ludovico il Pio, perfino sotto Carlo il Grosso, l'impero si era infatti allargato a quasi tutto l'Occidente. La sua estensione reale coincideva, se così si può dire, con la sua universalità. Ottone, al contrario, regna solo sulla Germania e sull'Italia. In realtà, l'impero che egli fonda e che rimane dopo di lui, è formato ormai unicamente da un raggruppamento di Stati al quale, a partire da Corrado secondo, viene ad aggiungersi il regno di Borgogna, acquisito per cessione del suo ultimo re Rodolfo terzo (1033). Se pur conserva questo titolo, non possiede più la realtà dell'universalità cristiana.
Non conserva neanche più quell'unione intima con il papato, quella collaborazione del potere spirituale e del potere temporale nel governo del mondo, che è alla base della concezione carolingia e che ne fa la grandezza. Sotto i nuovi imperatori, il papa, o è in rivolta aperta contro colui che dovrebbe essere suo alleato, o ne è la creatura, priva d'influenza e di prestigio. Il sogno di Ottone di rinnovare il matrimonio mistico fra papato e Impero è andato crudelmente distrutto. Il mosaico di San Giovanni in Laterano è diventato una menzogna. Il papa, nel nuovo assetto, svolge un ruolo così subordinato, che il re di Germania, prima ancora di venire incoronato a Roma, prende il titolo di re dei Romani, dimostrando così il proprio diritto alla corona che il papa, come una sorta di maestro di cerimonia, gli poserà sulla fronte, ma che non può minimamente pensare di rifiutargli.
Ormai infatti, la dignità imperiale non è che un'appendice, una conseguenza, della monarchia tedesca. È il re di Germania, il re riconosciuto e accettato solo dai principi tedeschi, perché quelli d'Italia e di Borgogna non hanno mai partecipato alle elezioni regie, a portare il titolo di imperatore. Ma l'impero - e qui ci ritroviamo di fronte alla tradizione - pur appartenendo al re di Germania, non è affatto un Impero tedesco. Per quanto incrinata, la sua universalità gli impedisce di nazionalizzarsi. Essendo romano, non può appartenere in proprio ad alcun popolo. Non più di quanto Carlomagno e i suoi successori siano stati imperatori dei Franchi, non più di quanto Ottone e i suoi successori siano imperatori dei Tedeschi. Anziché essere stata la Germania a nazionalizzare, se così si può dire, l'impero a proprio vantaggio, è accaduto che i suoi re, per il fatto stesso di sapersi tutti imperatori designati, si sono denazionalizzati a suo scapito. La loro missione, fin dal primo momento, è sproporzionata rispetto al paese: lo travalica, lo riduce a non essere altro che una parte della compagine su cui regnano. In breve, i nuovi imperatori sono condannati alla situazione insolita di non essere né sovrani universali né sovrani tedeschi. La realtà impedisce loro di essere l'una cosa, e la tradizione di essere l'altra.
Fino alla fine del dodicesimo secolo, sono stati indiscutibilmente i più potenti monarchi continentali, eppure, a guardare più da vicino, ci si accorge ben presto che la loro forza è più apparente che reale. Il territorio imperiale sembra, a prima vista, una massa imponente che assomma in sé tutte le condizioni di un'espansione formidabile. Bagnato a nord dal Mare del Nord e dal Baltico, a sud tocca le coste dell'Adriatico e sembra destinato, con il possesso dell'Italia e delle coste della Provenza, che ha acquisito con il regno di Borgogna, a dominare, un giorno, il Mediterraneo. Sfortunatamente non è e non può essere uno Stato. Il potere degli imperatori, insomma, non poggia che sulla Chiesa, o per meglio dire, sui principati episcopali di cui tutti loro, da Ottone, si sono preoccupati di aumentare l'estensione e le risorse e i cui titolari nominano tra i loro fedelissimi. È dai principati che traggono la parte più cospicua delle loro rendite e dei loro contingenti militari. E i principi laici, man mano che l'evoluzione feudale, agevolata dalle cause economiche che favoriscono lo sviluppo dell'istituzione della grande proprietà terriera, si diffondono in Germania, diventano, come in Francia, sempre più indipendenti. Ma, a differenza del re di Francia, l'imperatore non possiede un territorio dinastico, un principato suo, di cui gli appartengano il suolo e gli uomini, e dove si senta su un terreno sicuro. Egli va ramingo per l'impero; non ha una capitale. È un eterno viaggiatore, ora al di là dei monti, ora in Sassonia, in Svevia o in Franconia. Questo potere errante si accorda con l'assenza di qualsiasi amministrazione laica Non ve n'è alcuna, né può esservene. Perché le condizioni economiche che hanno distrutto l'amministrazione carolingia sussistono tuttora e continuano a produrre i loro effetti. Corrado secondo è costretto a riconoscere formalmente l'ereditarietà dei feudi. La frantumazione dell'Impero in principati si va accentuando, di sovrano in sovrano. Più si va avanti, più l'imperatore non può veramente contare che sui vescovi.
Non bisogna esagerare la potenza che essi gli attribuiscono. In realtà, non è molto grande. Gli basta a mantenersi più potente di ogni principe preso singolarmente; non è abbastanza solida da permettergli di intervenire fuori dai suoi confini e di imporsi all'esterno.
Assoggettati in parte da Ottone primo, gli Slavi si sono sollevati sotto Ottone terzo, e da allora non è stato più possibile fare alcun tentativo per imporre loro il cristianesimo e l'egemonia tedesca. Anche questa, dalla fine del decimo secolo, nei paesi del nord va scemando. Non sono gli imperatori, ma i principi danesi d'Inghilterra, ad aver trasmesso il cristianesimo alla Danimarca (sotto il regno di Canuto il Grande, 1018), alla Norvegia (sotto Olaf il Santo, 1016) e alla Svezia (sotto Olaf il Giovane, 1006). La Boemia e l'Ungheria hanno completamente scosso il giogo della dipendenza che per un attimo Ottone primo aveva imposto loro. A ovest, la situazione non è più brillante. Dopo la morte di Ottone secondo, non è più il caso di rivendicare sui re di Francia la minima autorità. L'acquisizione della Borgogna da parte di Corrado secondo dimostra piuttosto la debolezza, che non la forza dell'impero, dal momento che gli porta solo un ampliamento nominale. 
Mai i sovrani tedeschi hanno cercato di intervenire su questo paese, che hanno abbandonato a se stesso al punto che gli abitanti non si sono neanche accorti di essere passati sotto la sovranità di una dinastia tedesca. Sulla frontiera occidentale del regno di Germania, la Lotaringia, annessa con la violenza nel 925, rimane turbolenta e insoddisfatta e spezzerebbe certamente i suoi legami, malgrado la fedeltà dei vescovi di Liegi, Utrecht e Cambrai, se i suoi principi feudali riuscissero a indurre la prudenza dei Capetingi ad assecondare le loro rivolte. Le disavventure di Enrico terzo, che dopo anni di lotta, non è giunto né a domare la sollevazione che hanno messo in atto contro di lui, sotto la guida del duca Goffredo il Barbuto, né a far deporre le armi al conte di Fiandra, Baldovino V, che lo sfida apertamente, non consentono di dubitare che l'impero sarebbe ben presto crollato se le difficoltà interne si fossero complicate con guerre da sostenere all'esterno. Per fortuna, i vecchi nemici dell'est, Slavi, Danesi, Boemi e Ungheresi furono per lui vicini benevoli quanto lo erano i re di Francia. Nell'undicesimo secolo, la Boemia e la Polonia si affrontano. Gli imperatori intervengono nei loro conflitti solo con intrighi politici, per sfruttarli a proprio vantaggio.
È grazie a questa sicurezza di cui gode all'esterno e che saggiamente si guarda bene dal compromettere, che l'imperatore può dedicare le forze di cui dispone per darsi senza tregua alle imprese italiane. Ogni incoronazione imperiale a Roma ha bisogno di una spedizione militare ed è solo combattendo che l'imperatore può aprirsi un varco fino a San Pietro. Anche qui, ha dalla sua parte i vescovi che nomina; ma il feudalesimo laico e le fazioni romane non accettano il giogo germanico e approfittano di ogni minima occasione per insorgere. L'Italia non lo ricambia che con fatiche, preoccupazioni e pericoli, ma in qualità di imperatore, non può rinunciarvi ed è condannato a trascinarsi questa palla al piede che lo paralizza ed esaurisce le sue forze. In un primo momento, era sembrato indispensabile conquistare l'intera Penisola. I Bizantini e gli Arabi se ne disputavano il sud. Ottone Il si ripromise di sottomettere entrambi. La terribile sconfitta subita a Rossano (932) fu quanto meno una lezione salutare per i suoi successori. Essi non arrischiarono più avventure così pericolose e si assistette a quello spettacolo paradossale che fu il vedere la Sicilia, la Puglia e la Calabria che gli imperatori rinunciavano a conquistare, cadere sotto i loro occhi in potere dei Normanni.
La fondazione dello Stato normanno nell'Italia del Sud sembra presa da una chanson de gestes. Ma quanto più è straordinaria, meglio dimostra la forza militare della cavalleria del nord che con ciò preludeva a quelle altre due imprese ancor più strabilianti che furono la conquista dell'Inghilterra e le Crociate.
Nel 1016, mentre i Saraceni assediavano Salerno, quaranta cavalieri normanni che, di ritorno da un devoto pellegrinaggio in Terra Santa, passavano di là seguendo la via consueta (la strada dei pellegrini attraversava l'Italia fino a Bari, da dove ci si imbarcava per Costantinopoli), approfittarono dell'occasione per spezzare una lancia in onore di Cristo. Il paese era meraviglioso e l'anarchia in cui si dibatteva, dal momento che era contemporaneamente attaccato dagli infedeli e agitato da una rivolta contro i Bizantini, prometteva imprese fruttuose. Ne corse ben presto voce in Normandia, e a gruppi, cadetti di nobile casata e guerrieri in cerca di guadagni si misero in cammino per raggiungere i loro compatrioti. Entrarono senza distinzione al servizio di tutti i partiti, che si disputarono, giocando al rialzo, la collaborazione di questi formidabili guerrieri, per i quali era indifferente combattere per o contro Bisanzio, dal momento che il loro unico scopo era il guadagno. Verso il 1030, uno di loro, Rainulfo, si era già fatto una posizione tale che il principe Pandolfo di Capua gli diede come feudo la contea di Arezzo. I Normanni avevano preso piede nel paese, e lo avrebbero ben presto requisito tutto. Uno dei loro capi, Guglielmo, nel 1042 veniva proclamato dai suoi compagni conte di Apulia. Era troppo tardi per opporre resistenza a questi aiutanti divenuti conquistatori per conto proprio. Il papa Leone nono, a cui il principe di Benevento aveva chiesto soccorso, marciò contro di loro con un corpo tedesco che si fece sconfiggere e lo lasciò prigioniero dei vincitori (1053). Nel frattempo, Roberto il Guiscardo si stabiliva in Calabria e, nel 1057, ereditava la contea di Apulia41.
Da Leone nono a Nicola secondo, l'atteggiamento di Roma nei confronti dei Normanni era completamente cambiato. Lo scisma, che da lungo tempo minacciava la Chiesa latina e la Chiesa greca, era diventato definitivo nel 1054 e il papa aveva ormai un interesse diretto a scacciare dall'Italia le truppe che Bisanzio manteneva ancora.
D'altra parte, la natura dei rapporti che egli intratteneva con l'imperatore Enrico terzo lasciava presagire un vero e proprio conflitto in un futuro prossimo. Non c'è da stupirsi, dunque, che si sia intimamente legato ai suoi intraprendenti vicini del sud e ne abbia favorito l'espansione. Nel 1059, disponendo di paesi che non gli appartenevano, dava in feudo Capua a Riccardo d'Arezzo, e Puglia, Calabria e Sicilia a Roberto il Guiscardo. Due anni più tardi, quest'ultimo aveva occupato Messina, e una trentina d'anni dopo, l'isola era completamente strappata alla dominazione musulmana. Lo stesso accadde per le ultime basi bizantine in Italia. Furono annessi Bari e i ducati longobardi (1071), poi, non contento di aver espulso i Greci dalla Penisola, Roberto pretese di mettere piede sulla costa dell'Adriatico, occupò Durazzo e inviò spedizioni in Tessaglia. La sua morte nel 1085 interruppe temporaneamente i suoi progetti. Nondimeno, questi dimostrano la vitalità guerresca del nuovo Stato che, grazie alla stupefacente energia dei suoi avventurosi conquistatori, aveva preso possesso di quella estrema punta meridionale dell'Europa dove da cinque secoli, nonostante Longobardi, Carolingi, Imperatori germanici e Musulmani, Bisanzio era riuscita a conservarsi uno sbocco verso l'Occidente. Ciò che nessuno dei padroni che si erano succeduti in Italia era riuscito a fare, i Normanni lo avevano compiuto in meno di mezzo secolo. Lo Stato che avevano appena fondato sul punto di confluenza di tre civiltà diverse, avrebbe acquistato ben presto un'importanza politica di prim'ordine e svolto, nei destini dell'impero, un ruolo inaspettato.
Niente, meglio dell'atteggiamento completamente passivo di Enrico terzo nei confronti di questa giovane e intraprendente potenza che si formava alle sue frontiere, dimostra quanto in questo Impero le apparenze fossero in contraddizione con la forza reale. L'imperatore non aveva abbastanza forza per far esplodere la questione italiana. Gli bastava aver risolto provvisoriamente la questione del papato.
La situazione di Roma, al momento della sua incoronazione imperiale, non era stata mai più deplorevole. Mentre la riforma cluniacense conquistava le anime e la Chiesa, con la sua parte più pura e ardente, aspirava a difendere il potere spirituale grazie a una devozione più fervida e a una disciplina più rigorosa, il soglio di San Pietro dava lo scandalo di tre papi che si disputavano o si vendevano la tiara. Pieno di zelo per la riforma religiosa, Enrico volle impedire per sempre il riproporsi di questi conflitti incessanti e degli intrighi feudali che, da tanto tempo, impedivano al papato di adempiere alla sua missione. Un sinodo, da lui convocato a Sutri, depose i tre pontefici rivali; quindi, i Romani ricevettero l'ordine di nominare il candidato indicato loro dal monarca, il vescovo di Bamberg, Suidger, che prese il nome di Clemente secondo (1046). Gli altri papi che gli succedettero fino alla fine del regno, Damaso secondo (1048-1049), Leone nono (1049-1054), e Vittore terzo (1055-1057), furono come lui, Tedeschi, o per lo meno, sudditi dell'impero e imposti ai Romani dalla volontà imperiale. Furono tutti pontefici eccellenti, Cluniacensi convinti, che restituirono al papato il prestigio e l'influenza che la Chiesa anelava a vedergli riprendere. Ma ciò non poteva accadere se non violando, per una flagrante contraddizione, i princìpi stessi a cui ormai si ispirava. Certo, la tirannia dei conti di Tuscolo non falsificava più le elezioni del pontefice nell'interesse di indegni favoriti; ma l'intervento dell'imperatore, per quanto positivi ne fossero i risultati, non era forse un'ingerenza diretta nell'ambito del diritto canonico e, per dirla chiaramente, un atto flagrante di simonia? Non si era reso conto, Enrico, che restaurando il papato, lo avrebbe messo fatalmente a confronto con l'impero? Era evidente che, più sceglieva i papi tra i ranghi del clero cluniacense, più affrettava il momento in cui la sua ingerenza sarebbe stata considerata un'usurpazione intollerabile e scellerata proprio da coloro che gli dovevano la tiara. Già Leone nono, dopo essere stato da lui designato, preso da rimorsi di coscienza, si era fatto rieleggere dai Romani secondo le formalità tradizionali. Prima o poi, il conflitto latente doveva immancabilmente scoppiare. La morte improvvisa dell'imperatore, nel 1056, fece precipitare gli eventi.



2. Il conflitto.

Il suo successore, Enrico IV, era un bambino di sei anni, sotto il cui regno la Germania rimase a lungo paralizzata, prima da una reggenza tempestosa, e poi da una pericolosa rivolta dei Sassoni. Roma seppe approfittare delle circostanze. Alla morte di Stefano nono (1058), l'aristocrazia, ritornando alle tradizioni che le erano proprie, si era affrettata a far proclamare un uomo di sua fiducia, Benedetto decimo. Ma i tempi erano cambiati e la serie dei papi feudali si chiuderà insieme a quella dei papi imperiali, con l'elezione di Nicola secondo, dovuta al partito della riforma. La Chiesa era determinata a scuotersi di dosso qualsiasi tutela, quella della Germania, come quella dei baroni romani. Il nome scelto dal nuovo pontefice ricordava quel "Nicola" che nel nono secolo aveva proclamato con tanta fermezza la superiorità dello scettro spirituale; non era possibile segnalare in maniera più chiara la volontà di un orientamento nuovo.
Durante i quindici anni che erano trascorsi dall'epoca di Clemente secondo, il papato, grazie alle nomine fatte da Enrico terzo, non solo aveva ripreso il suo posto a capo della Chiesa, ma era circondato da una venerazione e aveva un ascendente di cui finora non aveva mai goduto. Il rinnovamento religioso che si era compiuto al di fuori di esso, riportava ora al successore di san Pietro il favore e la devozione di tutta la Chiesa, clero e fedeli. Questa immensa forza morale che l'ascetismo dei monaci aveva suscitato, dava infine a Roma il capo che aspettava e al quale la sua obbedienza entusiastica era garantita in anticipo. La fedeltà a Cristo, che accendeva le anime, si confondeva ora con la fedeltà al suo vicario. Che parlasse, e la sua parola sarebbe stata ascoltata e rispettata fino ai confini della cattolicità. E la cattolicità non solo aveva accresciuto il proprio favore, ma si era anche estesa. Dall'inizio dell'undicesimo secolo, irradiava sulla Danimarca, la Sicilia e la Norvegia, fino alla lontana Islanda, e le sue nuove conquiste, a cui il papato non aveva preso alcuna parte, anche quelle, gravitavano intorno alla sua orbita. Mai Roma aveva goduto di un potere spirituale altrettanto vasto, e di un'autorità altrettanto solida. La sua rottura definitiva con la Chiesa greca, nel 1054, dimostrava quale fiducia avesse oramai nelle proprie forze.
Come avrebbe potuto sopportare ancora la protezione simoniaca dell'imperatore? O continuare a permettergli di disporre della tiara a beneficio dei vescovi germanici? O mortificare ancora il proprio potere universale, privilegiando il sovrano di una sola nazione? La minore età di Enrico quarto permetteva di scuotere il giogo. Nel 1059, Nicola secondo per proteggere da allora in poi la nomina dei papi da qualsiasi ingerenza straniera, l'affidava al collegio dei cardinali. Ciò metteva fine contemporaneamente sia alle elezioni tumultuose che erano state causa della lunga decadenza del papato, sia all'ingerenza dell'imperatore. La designazione del Vicario di Cristo sarebbe spettata ormai soltanto alla Chiesa, che si doveva riunire in pace e in libertà. Una clausola speciale, nella bolla, decideva, contrariamente alla tradizione sempre seguita, che quel grande evento non doveva più necessariamente compiersi a Roma: se i cardinali, al momento del concistoro, non si sentivano sicuri nella città, erano liberi di riunirsi ovunque. Si può far datare da questa riforma il conflitto fra papato e Impero. Era ormai inevitabile e Nicola secondo non si faceva alcuna illusione sull'avvenire. Non è un caso che, lo stesso anno in cui i cardinali acquisirono il diritto di elezione, egli stipulasse un trattato d'alleanza con i Normanni.
Le misure prese nel contempo dal papa contro il matrimonio dei preti e la simonia, dimostrano che egli poteva contare sull'appoggio delle masse. Nell'Italia settentrionale il popolo si solleva contro i vescovi imperiali che resistevano agli ordini di Roma. Del resto, non furono esclusivamente motivi religiosi a provocare i disordini della pataria, cioè a dire della canaglia, come i principi della Chiesa e i loro seguaci chiamavano sdegnosamente i loro nemici. Sotto l'influenza del commercio che rifiorisce, una classe sociale nuova si veniva formando nelle città lombarde, la borghesia, che sfruttò il motivo offertole dalla devozione per insorgere contro i vescovi, la cui amministrazione non teneva conto dei suoi nuovi bisogni.
Fu il vescovo di Lucca, il protettore delle patarie, che, nel 1061, succedette a Nicola secondo con il nome di Alessandro secondo. La prima elezione fatta dai cardinali chiamava così, sul soglio di San Pietro, un anti-imperialista dichiarato. Enrico quarto non era ancora in grado di intervenire. Ciò costrinse i suoi tutori a sostenere l'antipapa Cadalo, che il partito feudale di Roma istigò contro Alessandro, e che scomparve quasi subito. Gregorio settimo succedette ad Alessandro nel 1073, e infine scoppiò la guerra.
Dall'avvento di Nicola secondo, il nuovo papa era stato l'ispiratore e il consigliere intimo dei suoi predecessori. Succedendo a loro, egli era ben determinato a prendere nei confronti dell'impero un atteggiamento che desse luogo o a una guerra o al riconoscimento, da parte del primo sovrano dell'Occidente, della superiorità di Roma sul potere temporale. Nel 1075, egli condannava solennemente, sotto pena di scomunica, l'investitura di qualsiasi carica ecclesiastica da parte dell'autorità laica.
Niente poteva essere più conforme ai princìpi della Chiesa, ma niente era anche più impossibile, all'impero, concedere. Da Ottone I, via via che i principi laici si venivano feudalizzando, il potere imperiale poggiava sempre più sui vescovi. Un monarca dopo l'altro, i sovrani avevano moltiplicato le donazioni di terre alle diocesi al fine di renderle sempre più forti. Ma ciò, evidentemente, a patto di nominare di persona i vescovi, e di investirli della loro carica. Consegnandogli pastorale e anello, emblemi delle loro funzioni, gli dimostravano che erano vescovi soltanto grazie a loro, e che da loro gli veniva il governo della diocesi e per ciò stesso, il godimento del principato. Obbedire al papa, rifarsi alle sue prescrizioni canoniche, permettere quindi ai capitoli di nominare i vescovi e doverli poi investire dei loro feudi laici, avrebbe significato consegnare in mani sconosciute, fors'anche ostili, quella forza che l'impero aveva dato ai prelati, non nel loro interesse, ma nel proprio. Intimare all'imperatore di rinunciare all'investitura, significava imporgli di non essere più niente, perché ormai gli sarebbe stata sottratta la base stessa del suo potere. Neanche per un istante Gregorio settimo potè farsi illusioni su questo punto. Ma che cosa gli importava del potere dell'imperatore? Con i sostenitori più radicali della riforma religiosa, nella potenza temporale egli non vedeva che un'opera di divisione. Solo la Chiesa era divina, lei sola poteva portare alla salvezza e la Chiesa si univa nel papa "il cui nome deve essere pronunciato soltanto nelle chiese e a cui tutti i re devono baciare i piedi".
Si è partiti da qui per fare di Gregorio una sorta di rivoluzionario mistico, di ultramontano42 che si accaniva a distruggere lo Stato. Ciò significa trasferire idee moderne in un dibattito con cui esse non hanno niente a che vedere. Prima di tutto, per quanto riguarda Gregorio, di ultramontanismo non può trattarsi. La disciplina ecclesiastica è ancora ben lungi dal dipendere da Roma. Il papa non pretende affatto di nominare i vescovi. Ciò che vuole è che la purezza della Chiesa non sia più macchiata dalle mani dei laici. Quanto alla lotta contro lo Stato, che cosa si vuole dire? L'Impero non è uno Stato. Non è l'imperatore che in realtà lo governa, bensì i principi. Come abbiamo visto, non c'è amministrazione, non c'è mordente, nei confronti dei sudditi, non c'è quello che si può chiamare, in mancanza di meglio, potere centrale. Indebolendo l'imperatore, che danno può riceverne la compagine sociale? Nessuno, perché l'imperatore le è indifferente e perché non è lui a difenderla e a proteggerla. Alla vittoria del papa non seguirà alcuna catastrofe, mentre ne verrà un giovamento alla Chiesa. Occorre mettersi da questo punto di vista, se si vuole comprendere. Non bisogna dimenticare che siamo in piena epoca feudale e che l'evoluzione sociale e politica favorisce i principi, nei quali abbiamo già ravvisato i veri organizzatori della società. Essi, dunque, sono favorevoli al papa. Il feudalesimo lavora per il papa, allo stesso modo in cui, senza volerlo, il papa lavora per il feudalesimo. Poco fa, era la borghesia nascente a schierarsi dalla parte di Roma, ora, sono i feudatari. Ciò che qui si chiama Stato, non è la società laica, ma il potere regio che assoggetta a sé la Chiesa e la distoglie dalla sua missione per poter continuare a esistere.
Le origini prime di questo sfruttamento della Chiesa da parte dello Stato risalgono alla tradizione carolingia. Ottone I non ha fatto che dare una certa consistenza alla politica ecclesiastica di Carlomagno. In realtà, quel che Gregorio attacca, è la concezione politica che fa dell'imperatore un pari grado del papa. All'alleanza dei due poteri egli sostituisce, nelle cose della Chiesa, la subordinazione dell'uno all'altra. Ancora una volta, non si dica che il papa attacca lo Stato. Sarebbe più esatto dire che gli sottrae il carattere clericale. Insomma, ritirando all'imperatore l'investitura dei vescovi, egli spinge lo Stato alla laicizzazione che infatti, dopo di lui, si estenderà. È la teocrazia - un assetto dove dei preti governano in nome del principe - a portare con sé l'idea che l'impero trionfi. Gregorio, invece, rimuove il prete dal governo e, di fatto, spinge lo Stato sulla via della laicizzazione.
Lo fa senza rendersene conto, o piuttosto, se vogliamo, per disprezzo dei laici, che non intende veder ingerire nelle cose della Chiesa. Ma sa bene che i laici sono nella Chiesa e vogliono restarci. Lo stesso Enrico quarto è un cattolico convinto. Ed è proprio questo che fa la forza del papa e la debolezza del suo avversario il quale, contro il papa, non può impiegare alcun mezzo se non mezzi di Chiesa. Non gli viene né può venirgli in mente l'idea di opporsi a lui a viso aperto, in nome dei diritti che gli derivano - da chi? - da Dio. Ma il papa rappresenta Dio sulla terra. E lo rappresenta a tal punto che l'imperatore non può fare a meno di lui per la propria incoronazione. Non c'è che un mezzo per resistergli nella Chiesa: quello di far dichiarare dalla Chiesa che il papa è indegno.
Ed è quanto fa Enrico. Aveva finalmente domato la rivolta dei Sassoni. Era libero. In Germania c'erano ancora abbastanza vescovi devoti al sovrano e insoddisfatti, per agire. Li riunisce a Worms e il 24 gennaio 1076, li induce a dichiarare Gregorio indegno del papato. Erano passati solo vent'anni da quando Enrico terzo nominava i papi, ma, da allora, quale trasformazione radicale si era compiuta nella situazione dei due poteri!
I conservatori, quando mancano di genio, pensano che basti restaurare il passato, senza tener conto del presente. Far deporre un papa da qualche vescovo tedesco, dopo un Nicola secondo e un Alessandro secondo, dimostrava un'ignoranza totale dello spirito del tempo. Niente poteva servire meglio la causa di Gregorio della pretesa del re di Germania di disporre da padrone del capo della cattolicità. A ciò rispose scomunicando Enrico e sciogliendo dal giuramento tutti coloro che gli avevano giurato fedeltà. Allora ci si potè rendere conto che la decisione del Sinodo di Worms non era accettata neanche dai principi di Germania. Perché, se l'avessero giudicata valida, non avrebbero dovuto tener conto della scomunica del re. Ora, invece, tutti, alla sentenza giunta da Roma, risposero abbandonando Enrico. Per evitare una rivolta generale, il re non esitò a ritrattare personalmente il giudizio dei suoi vescovi e a umiliarsi di fronte a quello stesso papa che aveva fatto appena dichiarare indegno. Il 28 gennaio 1077, compariva davanti a lui, nella fortezza di Canossa, vestito da penitente e ne otteneva il perdono. Ma Gregorio si riservava di intervenire tra lui e i principi. Poiché Enrico, senza aspettare che il papa si mettesse in rapporto con loro, aveva ripreso il titolo regale, una parte di questi diedero la corona a Rodolfo di Svevia. Scoppiò la guerra civile. Enrico, sentendosi più forte del suo avversario, riprese fiducia e sfidò Gregorio a viso aperto, ricorrendo, incorreggibile nella sua ostinazione, all'espediente che già una volta gli era riuscito così male. Un sinodo, riunitosi per suo ordine a Bressanone, affidò il papato all'arcivescovo Guidoberto di Ravenna. Una seconda e più solenne scomunica rispose a questa nuova proclamazione. Ma Rodolfo veniva ucciso in un combattimento presso Merseburg (Grona) ed Enrico, prendendo con sé il papa da lui nominato, marciò su Roma. Fino ad allora, questo era stato il mezzo sicuro per far piegare la testa ai papi feudali e turbolenti che avevano preceduto Enrico terzo. Ma questa volta, i Tedeschi entrarono a Roma solo per trovarvi una nuova umiliazione. Gregorio, ritiratosi a Castel Sant'Angelo, rimase irremovibile. Fu necessario affrettarsi a far riconoscere Guidoberto che, con il nome di Clemente terzo, pose la corona imperiale sulla fronte di Enrico. Quindi, il successore di Carlomagno, batté velocemente in ritirata, perché Roberto il Guiscardo e i Normanni si avvicinavano alla città. Gregorio accettò la loro ospitalità e si ritirò a Salerno, dove morì il 25 maggio 1085, pronunciando le famose parole che, da allora, hanno dato conforto a tanti esiliati: Dilexi justiciam et odivi iniquitatum, propterea quod morior in exilio.
Clemente terzo occupava il palazzo del Laterano. Ma cosa importava al mondo di questo intruso che qualche vescovo tedesco riconosceva solo per dovere? Per la Chiesa, Roma era là dove si trovava il vero papa, l'eletto dai cardinali, il successore di Gregorio. Mai il papato fu tanto potente come in questi anni d'esilio; non potente per autorità riconosciuta, accettata e temuta, come sotto un Innocenzo terzo, ma potente per la venerazione entusiasta e la devozione dei fedeli. È Urbano secondo, un papa errante, lontano dalla sua capitale, che, nel 1095, lancia l'Europa fremente d'amore per Cristo, alla conquista di Gerusalemme. E mentre il papa riuniva così l'Europa intorno a sé, l'imperatore trascinava in una guerra civile, ora in Italia, ora in Germania, un regno scosso da rivolte, tradimenti, fughe, ritorni di fortuna, consumandosi e sfruttando quel poco di prestigio di cui ancora godeva il potere in una guerra civile che, dopo suo figlio Corrado, l'altro figlio Enrico quinto gli scatenò contro e che infine costrinse anche lui a morire in esilio a Liegi nel 1106, dove il vescovo Otberto, uno dei fedeli che gli erano rimasti, vegliò sugli ultimi giorni della sua tragica carriera. Ma la sua morte non metteva fine alla questione delle investiture che aveva provocato il conflitto. Enrico quinto non pretese più di disporre della tiara e non si azzardò più a nominare antipapi. Si riprendeva a discutere di una questione precisa che, dal momento che il papa veniva ora riconosciuto dall'imperatore come capo della Chiesa - e come avrebbe potuto essere diversamente, all'epoca delle crociate? - trovò infine soluzione nel primo dei concordati che il papato concluse con una potenza laica, il Concordato di Worms, nel 1122. L'imperatore rinunciava a conferire l'investitura col pastorale e l'anello e accettava la libertà delle elezioni ecclesiastiche. In Germania, l'eletto avrebbe ricevuto l'investitura dei suoi feudi (regalie) dallo scettro prima di essere consacrato, e nelle altre parti dell'impero (Italia e Borgogna), dopo la consacrazione. Nella persona del vescovo si distingueva dunque il potere spirituale, sul quale l'imperatore rinunciava a intervenire, e il potere temporale che egli continuava a conferire, ma che non poteva rifiutare senza che ne nascesse un conflitto. Quanto alle elezioni dei vescovi da parte dei capitoli, sarebbero stati i principi vicini, e non l'imperatore, a pesare su di esse. In realtà, la Chiesa imperiale crollava. Non rimaneva che una chiesa feudale. L'impero ci perdeva. Il papato ne guadagnava in prestigio, ma la disciplina ecclesiastica non migliorava, tutt'altro! Ogni elezione sarebbe diventata una lotta per esercitare la propria influenza e se non c'era più simonia da parte dell'imperatore, c'era pressione e intimidazione da parte dei nobili. La vera soluzione sarebbe stata quella proposta da Pasquale secondo: che i vescovi abbandonassero i loro feudi; ma l'imperatore non ne aveva voluto sapere, perché l'immensa fortuna fondiaria della Chiesa sarebbe passata ai principi. In definitiva, la lotta per le investiture si concludeva con il trionfo del feudalesimo sulla Chiesa. Ne sono prova quei vescovi dotti e istruiti dell'impero, i Notger, i Wazon, i Bernhard di Worms. Eletti dai capitoli dove dominano i cadetti della nobiltà, ora sono completamente di stampo feudale e ciò che prevale in loro è la dimensione temporale! La Chiesa, nell'intento di sottrarre il clero all'influenza laica, lo ha più che mai subordinato ad essa.



CAPITOLO TERZO La Crociata.

1. Cause e condizioni.

La conquista della Sicilia nel nono secolo (portata a termine nel 902 con la presa di Taormina) segna l'ultima invasione in Occidente dell'Islam che, dopo di allora, rinuncia alle conquiste. La Spagna e gli Stati che si formano sulla costa africana - Marocco, Algeria, Kairuan, Barka, fino all'Egitto - hanno perduto la forza d'espansione dei primi tempi. Non attaccano più i cristiani, vivono accanto a loro, in una civiltà più evoluta, più raffinata, ma che si è anche infiacchita. Chiedono una cosa sola: d'essere lasciati in pace e, naturalmente, padroni di quel Mediterraneo di cui occupano tutte le coste meridionali e orientali.
Purtroppo per loro, ciò è impossibile. Se avessero voluto vivere sicuri, avrebbero dovuto fare quel che un tempo avevano fatto i Romani, darsi cioè frontiere difendibili. Hanno la Spagna, ma non fino ai Pirenei. Hanno tutte le isole del Mar Tirreno, ma non hanno né la Provenza, né l'Italia. E come conservare la Sicilia senza l'Italia? Si può dire che si sono fermati troppo presto, come stanchi. Nei loro possedimenti c'è qualcosa d'incompiuto. Le posizioni avanzate che occupavano in Europa si prestavano nel modo peggiore alla difesa. Come pensare che i loro vicini più poveri, nei quali, dal decimo secolo, l'entusiasmo religioso si accresce a non finire, non li avrebbero attaccati?
La controffensiva iniziò dalla Spagna. I piccoli principati cristiani del nord, il cui suolo è povero e incolto, in assenza di frontiere naturali, cercano ovviamente di guadagnare terreno in avanti. L'antica marca di Spagna si era resa indipendente durante la disgregazione carolingia, con il nome di contea di Barcellona, e poi di Catalogna. Sulle montagne erano sorti i piccoli regni di Navarra, delle Asturie, quello di Leon, poi quelli di Castiglia e d'Aragona. Il Portogallo, che dipendeva dalla Castiglia, si pose come regno indipendente all'epoca della prima Crociata, sotto il governo del principe borgognone Enrico (a. 1112). Fra questi piccoli Stati e i Musulmani, era un continuo di guerre di frontiera, dove i cristiani non sempre furono fortunati. Alla fine del decimo secolo, nel 984, sotto il califfo Hischam secondo, Barcellona fu distrutta, come pure Santiago, da dove i cristiani furono costretti a portar via le campane, trasferendole a Cordova. Ma dopo l'estinzione degli Ommiadi (1031), l'undicesimo secolo segna l'avanzata cristiana. Nel 1057 Ferdinando di Castiglia si spinge fino a Coimbra, costringendo molti emiri, compreso quello di Siviglia, a pagargli un tributo. Suo figlio Alfonso sesto(1072-1109) si impadronisce di Toledo, di Valencia e assedia Saragozza. Sconfitto dagli Almoravidi del Marocco, che l'emiro di Siviglia chiama alla riscossa nel 1086, la sua avanzata viene interrotta dopo che con il suo esercito si è spinto brevemente fino allo stretto di Gibilterra. Ma l'offensiva dei cristiani è già segnata: dal momento che non è stato possibile stanare i nemici dalle loro montagne, andranno a Gibilterra.
In Italia, gli avvenimenti sono più decisivi. I Bizantini che non avevano difeso la Sicilia, occupavano ancora il sud della Penisola, quando la calata dei Normanni sostituì, tanto alla loro dominazione quanto a quella dell'Islam, l'egemonia di un nuovo Stato guerriero, pieno di vitalità. La conquista della Sicilia, e subito dopo quella di Malta, gettavano due baluardi cristiani in pieno Mediterraneo musulmano. Anche i Pisani avevano preso parte alla guerra. Da qualche tempo, combattevano per mare contro i Mori della Sardegna, che scacciarono nel 1016. Presero parte attiva alla conquista della Sicilia: il duomo di Pisa è una sorta d'arco di trionfo per celebrare la presa del porto di Palermo, nel 1067. Genova, poi, incominciava le sue spedizioni e molestava le coste dell'Africa. Non si trattava ancora di commercio; si trattava di scorribande, pirateria, guerra, perché, nella mente dei marinai, l'idea cristiana si mescolava a quella di profitto.
In breve, dalla metà dell'undicesimo secolo, l'Occidente cristiano inizia, con tentativi isolati, l'offensiva contro l'Islam. Ma non è niente che assomigli a una guerra religiosa. Sono guerre di conquista che si farebbero anche contro gente della stessa religione, se le circostanze e la posizione geografica si prestassero. Quanto ai Normanni, attaccano indifferentemente Bizantini e Musulmani.
Se la si considera da un punto di vista generale, nell'insieme della storia universale, la Crociata si ricollega chiaramente a questi eventi come la continuazione dell'offensiva contro l'islamismo. Ma con essi ha un solo elemento comune: è diretta contro l'Islam. Per il resto - origini, scopo, tendenze e organizzazione - ne differisce completamente.
A tutta prima, è puramente ed esclusivamente religiosa. In questo senso, lo spirito che la anima, si ricollega intimamente al grande movimento di fervore cristiano di cui la lotta per le investiture è un'altra manifestazione. E vi si ricollega anche per il fatto che il papa, che ha diretto questa guerra e l'ha scatenata, scatena e organizza anche la Crociata.
Il suo obiettivo, a dire il vero, non è l'Islam. Se lo si fosse voluto far indietreggiare, bisognava aiutare gli Spagnoli e i Normanni. Sono i luoghi santi, il sepolcro di Cristo a Gerusalemme. Questo apparteneva ai Musulmani dal nono secolo e i cristiani non se n'erano particolarmente curati. Ma il fatto è, che a quei tempi, sotto il governo arabo, essi non venivano molestati e la loro devozione non si era ancora fatta così suscettibile. Ma per l'appunto, quando lo diventa, nell'undicesimo secolo, i Turchi Selgiucidi occupano la Siria e il loro fanatismo infastidisce i pellegrini che manifestano dappertutto la loro indignazione per l'ignominia fatta a Cristo. Ora, tra i pellegrini, c'erano molti principi, come ad esempio, Roberto il Frisone. Non dovettero certo essere i racconti della gente modesta (che probabilmente non doveva essere molta a Gerusalemme), a sollevare l'opinione pubblica, ma quelli dei cavalieri e dei principi.
Alle loro sollecitazioni, si aggiungono ben presto le profferte dell'imperatore di Bisanzio. La situazione dell'impero, dopo la comparsa dei Selgiucidi in Asia Minore, è tra le più precarie. Nel decimo secolo, gli imperatori macedoni, Niceforo Foca, Giovanni Trismiceto, Basilio secondo, avevano fatto arretrare di molto l'Islam e riportato la frontiera sul Tigri. Ma i Selgiucidi, nell'undicesimo secolo, riprendono l'Armenia e l'Asia Minore. Nel momento in cui Alessio Comneno sale al trono (1081), soltanto le coste sono ancora greche. Non esiste più una flotta. L'esercito è insufficiente. Alessio pensa all'Occidente. A chi rivolgersi, se non al papa? Lui solo esercita un'influenza universale. Ma lo si può prendere esclusivamente dal lato della religione. Nel 1095, manda un'ambasceria a Urbano secondo, al concilio di Piacenza, lasciando intravedere la possibilità di rientrare nella comunione cattolica. Qualche mese dopo, il 27 novembre 1095, a Clermont, veniva proclamata la Crociata tra l'entusiasmo dalla folla che era accorsa e si era stretta intorno al sommo pontefice.
Le Crociate sono essenzialmente opera del papato. Lo sono per il loro carattere universale e per il loro carattere religioso. Non sono degli Stati, e neanche dei popoli, a intraprenderle, bensì il papato. La causa che le muove è tutta spirituale, svincolata da qualsiasi preoccupazione d'ordine temporale: la conquista dei Luoghi Santi. Solo chi parte senza spirito di lucro partecipa alle indulgenze. Occorrerà attendere fino alle prime guerre della Rivoluzione Francese per trovare combattenti al pari di questi liberi da ogni altra considerazione che non sia la dedizione a un'idea.
L'entusiasmo religioso e l'autorità del papa non sarebbero tuttavia bastati a promuovere un'impresa così grandiosa, se la situazione sociale dell'Europa non l'avesse reso possibile. Alla fine dell'undicesimo secolo, fu necessario che questo ardore di fede, questa supremazia del papato e queste condizioni sociali coincidessero. Un secolo prima, sarebbe stato impossibile, e così un secolo dopo. L'idea realizzata nell'undicesimo secolo, si è prolungata, dopo, come un'idea-forza, in condizioni assai diverse, e comunque, affievolendosi via via sempre più. È sopravvissuta anche nel Rinascimento, perché, nel sedicesimo secolo, i papi ci pensano ancora contro i Turchi. Ma la vera Crociata, la madre di tutte le altre, è la prima ed è veramente figlia del suo tempo.
Innanzitutto, ancora non esistono Stati. Le nazioni non hanno governi che esercitino un'influenza su di loro. La politica non divide la cristianità, che può riunirsi, tutta intera, intorno al papa.
Poi c'è una classe militare pronta a partire: la cavalleria. L'esercito esiste, basta radunarlo. Quel che è in grado di fare, lo ha dimostrato con le conquiste dei Normanni, in Italia e in Inghilterra. Ed è un esercito che non costa niente, perché è equipaggiato, di padre in figlio, dai feudi. È inutile raccogliere il denaro per la guerra santa. Basta nominare i capi, indicare le strade da seguire. Da questo punto di vista, la Crociata è essenzialmente la grande guerra feudale, quella dove il feudalesimo occidentale ha agito come un corpo unico e, se così si può dire, da solo. Nessun re vi prende parte. La cosa curiosa è che ai re non si è mai neanche pensato, per non parlare poi dell'imperatore, che è il nemico del papa.
Non c'è quindi da meravigliarsi, stando così le cose, che la Crociata abbia reclutato le truppe soprattutto nei paesi dove il feudalesimo è più affermato, in Francia, in Inghilterra, nei Paesi Bassi, nell'Italia normanna. Da questo punto di vista, è principalmente una spedizione, non diciamo di popoli romani, ma della cavalleria romana.
Senza la cavalleria sarebbe stata impossibile, perché fu soprattutto un'impresa di cavalieri, di nobili. Non bisogna pensarla come una specie di corsa in massa dei cristiani verso Gerusalemme. Fu prima di tutto una spedizione di uomini d'armi, senza i quali non avrebbe fatto altro che fornire carne da macello ai Turchi. Risulta inoltre che non fu numerosa come si crede. Tutt'al più, qualche decina di migliaia di uomini, cifra enorme, in senso relativo, ma che non ha niente a che vedere con l'afflusso che avrebbe determinato una sorta di emigrazione in massa.


2. La presa di Gerusalemme.

La spedizione fu scrupolosamente preparata sotto la direzione del papa. Ovunque furono inviati monaci a predicarla. Ma non si trascurarono mezzi più terreni. Per quanto grande fosse l'amore di Cristo, si aveva a che fare con uomini, e, per "eccitarli", non si esitò a sfruttare passioni, mistiche e non, presenti in loro. Gli excitatoria all'epoca diffusi fra la cristianità, esaltano alla rinfusa il gran numero di reliquie custodite in Asia Minore, il fascino e il lusso delle sue tradizioni e la bellezza delle sue donne. Furono adottate misure in favore di coloro che partivano: i loro beni venivano posti sotto la custodia della Chiesa, ed essi avevano la certezza di ritrovarli, al ritorno. Quanto al piano di guerra, non sarebbe stato difficile a farsi, dato il gran numero di Occidentali che avevano viaggiato fino a Gerusalemme. Il tragitto, in mancanza di una flotta sufficiente, sarebbe stato percorso via terra. Solo i Normanni d'Italia e i contingenti provenienti dall'Italia settentrionale attraversarono l'Adriatico per sbarcare a Durazzo e di là, marciare su Costantinopoli, luogo dell'appuntamento generale. C'erano tre armate: i Lotaringi, sotto Goffredo di Buglione, che passarono per la Germania e l'Ungheria; i Francesi del nord, con Roberto di Normandia, fratello di Guglielmo secondo d'Inghilterra, Stefano di Blois, Ugo di Vermandois, fratello del re di Francia, Filippo I e Roberto di Fiandra, che discesero tutta l'Italia, dove si unirono ai Normanni sotto Boemondo di Taranto, figlio di Roberto il Guiscardo e suo nipote Tancredi; infine i Francesi del sud, sotto Raimondo di Tolosa, accompagnato dal legato apostolico, il vescovo Ademaro di Puy, che attraversarono l'Italia settentrionale fino alle coste dell'Adriatico. Tutti si riunirono a Costantinopoli, dove giunsero, a gruppi, nel 1096.
Bande entusiaste, infervorate dalla voce di Pietro l'Eremita, senza capi, senza disciplina, erano già partite all'inizio del 1096, saccheggiando e massacrando gli ebrei. Quelli di loro che erano giunti a Costantinopoli furono fatti passare in tutta fretta dai Greci dall'altra parte del Bosforo e fatti a pezzi dai Turchi.
Se il papa aveva sperato di ricondurre a sé la Chiesa greca con le Crociate, fu certamente deluso. Il contatto degli Occidentali con i Greci accrebbe l'antipatia fra loro e la frattura si fece più profonda. Ma lo scopo mistico, quello che aveva indotto a impugnare le armi, fu raggiunto. Attraverso combattimenti, fatiche, pericoli paragonabili a quelli della ritirata di Russia e che dovettero essere altrettanto cruenti, quel che rimaneva dell'armata comparve infine davanti alle mura di Gerusalemme, il 7 giugno 1099. Il 15 luglio la città venne presa d'assalto e furono versati fiumi di sangue in nome del Dio dell'amore e della pace, di cui si era prossimi a conquistare il sepolcro.
Il risultato fu la fondazione di piccoli stati cristiani: il regno di Gerusalemme, di cui Goffredo di Buglione fu eletto sovrano, con il nome di Custode del Santo Sepolcro; il principato di Edessa, di cui Baldovino, fratello di Goffredo, all'andata, aveva ricevuto dagli abitanti il titolo di conte; il principato d'Antiochia, di cui si era proclamato principe Boemondo di Taranto, dopo la presa della città nel 1098. E tutto questo, organizzato secondo il diritto feudale, lontano dall'Europa e fin dall'inizio minacciato da tutte le parti dall'Islam. Erano colonie che non rispondevano ad alcuno dei bisogni che normalmente le colonie soddisfano. Non era necessario trovare così lontano una sistemazione a una popolazione sovrabbondante, né organizzare fondachi per il commercio. Se pure lo spirito di lucro fu tutt'altro che assente, in tutti coloro che partirono per le Crociate, non uno solo di essi era mosso dalla prospettiva del commercio. La sola idea dominante era quella religiosa. Ma il risultato fu subito di tipo commerciale. Bisognava approvvigionare questa base militare cristiana appena fondata laggiù in Oriente. Venezia, Pisa e Genova se ne incaricarono immediatamente. I principati crociati furono una destinazione per le loro flotte. Ora, il Mediterraneo orientale era ricongiunto all'Occidente. La navigazione cristiana, da questo momento, avrebbe conosciuto uno sviluppo ininterrotto. In definitiva, fu la borghesia delle città marinare italiane a trarre il maggior frutto dalle Crociate. Ma non era questo lo scopo. La loro espressione più vera fu la fusione dello spirito militare e dello spirito religioso che si trova negli ordini dei Templari e degli Ospedalieri.
In quanto insediamenti cristiani, i possedimenti dei crociati erano assai difficilmente difendibili. Già nel 1143 Edessa cade e occorre fare una nuova Crociata che fallisce (Seconda Crociata). Nel 1187, Saladino, sultano d'Egitto, conquista Gerusalemme che non sarebbe mai più stata riconquistata.
Dunque da questo grande movimento delle Crociate, non è nata altro che un'attività più vasta e rapida del movimento commerciale nel Mediterraneo. Non è servito affatto, o molto poco, a diffondere in Occidente i progressi economici e scientifici dell'Islam. Se ne ebbe conoscenza tramite la Sicilia e la Spagna. Avrebbe potuto almeno dischiudere il mondo greco; ma non fu così. Era troppo presto perché gli Occidentali potessero interessarsi ai tesori che giacevano nelle biblioteche bizantine. Bisognava aspettare che gli esuli del quindicesimo secolo li portassero in Italia. Fu come per l'America, scoperta dai Normanni, poi perduta di nuovo, perché nell'undicesimo secolo non se ne aveva ancora bisogno.
In conclusione, l'immenso sforzo delle Crociate ebbe scarse conseguenze immediate. Non ricacciò indietro l'Islam, non riunificò la Chiesa greca, non conservò né Gerusalemme, né Costantinopoli. In compenso, ebbe un'importanza notevole in un ambito diametralmente opposto allo spirito che l'aveva guidata: il suo vero risultato fu lo sviluppo del commercio marittimo italiano e, a partire dalla quarta Crociata, il formarsi dell'impero coloniale di Venezia e di Genova in Levante. È singolare il fatto che si possa spiegare tutta la formazione dell'Europa senza dover ricorrere una sola volta all'evento delle Crociate, con l'unica eccezione dell'Italia.
Le Crociate ebbero anche una conseguenza d'ordine religioso. Fin dalla prima spedizione, la guerra santa prende il posto dell'evangelizzazione dei non cristiani e verrà utilizzata anche contro gli eretici. L'eresia degli Albigesi, e più tardi, quella degli Hussiti, furono sradicate con la guerra santa. Quanto ai pagani, i metodi impiegati contro i Serbi, i Prussiani e i Lituani sono singolari: non si tratta di convertire l'infedele, ma di sterminarlo.



LIBRO QUINTO LA FORMAZIONE DELLA BORGHESIA.

CAPITOLO PRIMO La rinascita del commercio.

1. Il commercio mediterraneo.

L'organizzazione economica che si è imposta all'Europa occidentale nel corso dell'epoca carolingia e che vi si è conservata, nei suoi tratti essenziali, fino alla fine dell'undicesimo secolo, come si è visto, era prettamente agricola. Non solo non conosceva il commercio, ma si può dire che, regolando la produzione secondo i bisogni dei produttori, escludeva anche la possibilità di qualsiasi attività commerciale professionale. La ricerca, e perfino l'idea, del profitto le erano estranee. Il lavoro della terra serviva ad assicurare l'esistenza alle famiglie; non si cercava di farle produrre un sovrappiù di cui non si sarebbe saputo cosa fare.
Non che all'epoca non esistessero forme di scambio. Anche se ogni proprietà cercava di produrre quanto le era necessario, era comunque impossibile fare del tutto a meno di importare qualcosa. Nei paesi del nord, il vino doveva essere portato necessariamente dalle regioni meridionali. Inoltre, spesso si verificavano carestie locali, e in questi casi la provincia affamata faceva di tutto per procurarsi qualche risorsa dalle province vicine. Infine, a intervalli regolari, si tenevano piccoli mercati settimanali, destinati a provvedere ai bisogni correnti della popolazione dei dintorni. Ma tutto ciò aveva un'importanza assolutamente secondaria. Ci si dedicava al commercio quando se ne presentava l'occasione, non per professione. Non esisteva una classe di mercanti, così come non esisteva una classe di industriali. L'industria si limitava a qualche artigiano della cui opera era impossibile fare a meno, servi che lavoravano presso la corte del signore per i bisogni della proprietà, carrai sparsi per i villaggi, tessitori di lino o di lana che producevano per il consumo familiare. In certe regioni, come sulla costa della Fiandra, la qualità della lana e i procedimenti di lavorazione della tecnica romana, ancora in uso, facevano sì che i contadini tessitori producessero stoffe di qualità superiore, che li rendeva assai ricercati nelle contrade vicine. Era un prodotto tipico, così come lo erano le buone pietre e i begli alberi da costruzione. Ciò dava luogo a un piccolo commercio fluviale su battelli, di cui si servivano anche i viaggiatori e i pellegrini. Piccoli porti, al nord della Francia e nei Paesi Bassi, servivano ai rari viaggiatori provenienti dall'Inghilterra o diretti colà. Ma tutto questo non sarebbe esistito se non fossero accaduti cambiamenti sostanziali nell'ordine delle cose. I rudimenti della vita commerciale che l'epoca carolingia conobbe non rispondevano a bisogni permanenti, a necessità primordiali. Prova ne sia la sorte subita dall'unificazione dei pesi, delle misure e delle monete, disposta da Carlomagno. Alla fine del nono secolo, all'unità si è sostituita la diversità. Ogni territorio ha pesi propri, misure proprie e proprie monete. Questo regresso non sarebbe stato possibile se il commercio avesse avuto una qualche importanza. Ma se nell'impero carolingio le cose andavano così, nei due soli punti dell'Europa occidentale che ancora appartengano all'impero bizantino - Venezia e l'Italia meridionale - non accade altrettanto. I porti della Campania, della Puglia, della Calabria e della Sicilia continuavano a intrattenere rapporti regolari con Costantinopoli. Il potere di attrazione di quella grande città arrivava fino a loro. Bari, Taranto, Amalfi e, fino a quando la Sicilia non fu conquistata dai Musulmani, Messina, Palermo e Siracusa inviavano regolarmente verso il Corno d'oro i loro battelli carichi di grano e di vini, riportandone i prodotti delle manifatture orientali. Il loro commercio non tardò a essere superato da quello di Venezia. Fondata sulle lagune da alcuni fuggiaschi all'epoca delle invasioni longobarde, rifugio dei patriarchi di Aquileia, all'inizio la città non fu altro che un agglomerato di piccole isole separate le une dalle altre da bracci di mare, la più importante delle quali era Rialto. Tutto questo complesso si chiamò Venefici, che fino a quel momento era stato il nome della costa. L'arrivo delle reliquie di San Marco d'Alessandria, nell'826, le diede un patrono nazionale. All'inizio, le prime risorse degli abitanti furono la pesca e il raffinamento del sale marino, il cui mercato non fu, naturalmente, la vicinissima Italia, che, rigida nella sua organizzazione agricola e demaniale, non aveva bisogni, bensì la lontana e insaziabile Bisanzio. Niente meglio di questa propensione di Venezia verso l'Oriente dimostra il contrasto fra le due civiltà. I progressi dell'Islam nel Mediterraneo, riducendo il numero di porti che alimentavano quella grande città, giovarono ai marinai delle lagune. Ben presto il loro commercio sulle rive del Bosforo prevalse su quello di tutti gli altri concorrenti. La loro città senza terra, volta unicamente verso il mare, ripropose al mondo qualcosa che assomiglia all'antica Tiro. Con la ricchezza, conquistò l'indipendenza, senza mettersi in urto, si liberò della dominazione bizantina e sotto un doge (duca), fondò una repubblica mercantile unica al mondo. Dal decimo secolo, ebbe una politica che si ispirò esclusivamente all'interesse commerciale. Dalla forza di cui diede prova ci si può fare un'idea della sua ricchezza. La navigazione le imponeva il predominio sull'Adriatico, infestato dai pirati dalmati. Nel 1000, il doge Pietro secondo Urseolo (991-1009) conquistò la costa da Ragusa a Venezia e prese il titolo di duca di Dalmazia. Venezia non poteva permettere che i Normanni, dopo la conquista dell'Italia meridionale, si stabilissero sulla costa greca. Quindi, la flotta collaborò con l'imperatore Alessio per ricacciare Roberto il Guiscardo da Durazzo. D'altronde, seppe farsi abbondantemente pagare la collaborazione. Nel 1082 i Veneziani ottennero il privilegio di vendere e acquistare in tutto l'impero bizantino senza pagare diritti, e di risiedere in un quartiere speciale di Costantinopoli. Da veri commercianti, non esitano a entrare in rapporti con i nemici. Ma già a quell'epoca, sul Mediterraneo orientale, i loro vascelli incontravano nuovi concorrenti. Durante il decimo secolo, i Pisani e i Genovesi avevano iniziato a combattere i pirati musulmani sul Mar Tirreno. Avevano finito con l'impadronirsi della Corsica e della Sardegna, e i Pisani, dopo aver dato battaglia sulle coste di Sicilia, già verso la metà dell'undicesimo secolo osavano attaccare quelle d'Africa. Mentre i Veneziani furono mercanti fin dall'inizio, i Pisani e i Genovesi fanno pensare piuttosto ai cristiani di Spagna. Come loro, si dedicano con passione alla guerra contro l'infedele, guerra santa, sì, ma anche guerra di profitti, perché il bottino dell'infedele è ricco e fertile. Il sentimento religioso e il desiderio di lucro si confondono in loro, in un unico spirito d'avventura che trova singolare e vigorosa espressione nelle loro antiche cronache. Grazie al successo, si imbaldanzirono e finirono con l'inoltrarsi al di là dello stretto di Messina, dandosi alla pirateria nell'Arcipelago. Ma i Veneziani si interessavano assai poco del conflitto tra la Croce e la Mezzaluna. Intendevano riservare a sé il mercato di Costantinopoli e la navigazione del Levante. Le loro flotte non esitarono neanche ad assalire le navi pisane che rifornivano i crociati.
Dopo l'insediamento dei cristiani in Palestina, era impossibile persistere in un simile atteggiamento. Volenti o nolenti, bisognava permettere ai battelli di Pisa e di Genova di affiancarsi al traffico marittimo tra gli Stati crociati della costa siriana e l'Occidente. Il trasporto continuo di pellegrini, di rinforzi militari, di viveri e di approvvigionamenti di ogni sorta, fece di questa navigazione una fonte di profitti così abbondante, che lo spirito religioso, che in principio aveva animato i marinai delle due città, si subordinò allo spirito commerciale. Ben presto le navi non si diressero più soltanto verso i porti cristiani, ma anche verso quelli musulmani. Dal dodicesimo secolo, frequentano assiduamente Kairuan, Tunisi, Alessandria. I Pisani nel 1111 e i Genovesi nel 1155, ottennero privilegi commerciali a Costantinopoli. Colonie veneziane, pisane, genovesi si stabiliscono nei centri commerciali del Levante, ciascuna raggruppata sotto la giurisdizione di consoli nazionali. E il giro non tarda via via ad allargarsi. Anche Marsiglia e Barcellona si mettono in movimento; i Provenzali e i Catalani si avventurano sulle strade aperte dagli Italiani. Dalla fine dell'undicesimo secolo, si può dire che il Mediterraneo è riconquistato alla navigazione cristiana. Se i Musulmani e i Bizantini fanno il cabotaggio sulle loro coste, la navigazione di lungo corso è interamente in mano agli Occidentali. Le loro navi sono presenti in tutti i porti dell'Asia e dell'Africa, mentre nei porti d'Italia, di Catalogna e di Provenza non v'è traccia di navi greche o musulmane. La seconda Crociata si fa ancora via terra, ma la terza e tutte le altre si fanno per mare. Sono fruttuose imprese di trasporto. La quarta è stata ben altro ancora: Venezia l'ha sfruttata a proprio vantaggio e, indirettamente, a vantaggio delle altre città marinare.
Il piano consisteva nell'attaccare i Musulmani in Egitto, e da lì, riconquistare la costa della Palestina. I crociati si erano accordati con il doge, Enrico Dandolo: la flotta veneziana avrebbe trasportato i 30.000 uomini dell'armata dei crociati, dietro il pagamento di 85.000 marchi d'argento. Ma i crociati non poterono versare la somma fissata. Venezia allora, propose loro di assolvere al debito, conquistando per suo conto Zara, porto cristiano, ma suo rivale. Zara fu presa e la flotta si apprestava a far rotta verso i luoghi santi, quando il principe greco Alessio, il cui padre, l'imperatore Isacco, era stato detronizzato poco prima (1195), propose ai crociati di rimetterlo sul trono di Costantinopoli. Nonostante il papa Innocenzo terzo giungesse perfino a scomunicare i Veneziani, i crociati accettarono. Il 6 luglio 1203, la flotta forzava il porto, i crociati occupavano Costantinopoli e facevano incoronare Alessio. Poi, essendo sorte delle difficoltà con il nuovo imperatore, la città veniva riconquistata, il 12 aprile 1204, e veniva fondato l'impero latino. Venezia, da parte sua, ci guadagnò tutto quel che poteva favorire il suo commercio marittimo: una parte di Costantinopoli, Adrianopoli, Gallipoli, l'isola Eubea insieme a una miriade di altre isole, le coste meridionali e occidentali del Peloponneso e tutta la costa di mare dal golfo di Corinto a Durazzo. Il Mar Nero fu aperto al commercio italiano e immediatamente vi si stabilirono insediamenti veneziani, genovesi e pisani.
Non si può dire che il Mediterraneo sia tornato a essere, come nell'antichità, un lago europeo. Ma non è più una barriera per l'Europa. È di nuovo la grande via che la mette in contatto con l'Oriente. Tutto il suo commercio va verso Levante. Le carovane che, da Bagdad e dalla Cina inoltrano spezie e seta verso le coste della Siria, ora trovano i battelli cristiani ad aspettarli "in fondo alle scale".

2. Il commercio del Nord.

Questa potente espansione che ebbe conseguenze incalcolabili per la civiltà europea, ha la sua origine fuori dell'Europa, o quanto meno, fuori dell'Europa occidentale. Senza l'attrazione esercitata da Bisanzio, senza la necessità di combattere i Musulmani, l'Europa avrebbe certamente mantenuto ancora per secoli la sua civiltà puramente agricola. Nessuna necessità interna le faceva sentire il bisogno di proiettarsi all'esterno. Il commercio non è la manifestazione spontanea dello sviluppo naturale della sua vita economica. Si può dire che, grazie agli stimoli giunti dall'esterno, ha anticipato il momento in cui avrebbe dovuto aprirsi naturalmente.
E per quanto strano possa sembrare a prima vista, è stato così non solo nel Mediterraneo, ma anche nel Mare del Nord e nel Mar Baltico. Anticamente, le acque di questi mari, come quelle dell'Atlantico, avevano completamente chiuso il mondo romano. Al di là della Manica, animata dal traffico dei battelli che collegano la Gallia alla Bretagna, non c'era più navigazione, o per lo meno, non c'è più navigazione commerciale. La situazione rimase immutata fino al nono secolo. A parte Quentovicus - che si sostituì a Boulogne - e Duurstede, che intrattenevano rapporti con gli Anglosassoni della Bretagna, tutta la lunga costa dell'impero franco, fino alla foce dell'Elba, era morta, pressoché deserta. Più lontano, sul Baltico, si entrava nel territorio sconosciuto della barbarie pagana. Qui, dunque, la situazione era esattamente l'opposto di quella delle rive del Mediterraneo. Anziché accostarsi a civiltà più avanzate, l'Occidente cristiano era in contatto con popoli che vivevano ancora la loro infanzia. È tuttavia sotto l'influenza di questi popoli che sulle acque settentrionali si risvegliò l'attività commerciale. Stranamente, infatti, il suo centro si trova, non come si potrebbe credere, sulle coste della Fiandra e dell'Inghilterra, ma nel golfo di Botnia e in quello di Finlandia. E se ciò accadde, fu perché l'attrazione orientale e bizantina si fecero sentire fino in quelle lontane contrade, tanto che la stessa sollecitazione esterna, che provocò lo sviluppo della navigazione italiana, fu anche la molla benefica che diede l'avvio a quella del nord.
Abbiamo già segnalato questo fatto, parlando delle invasioni scandinave: abbiamo visto come gli Svedesi, per metà conquistatori e per metà mercanti, nella seconda metà del nono secolo, fecero la loro comparsa sulle acque del Dniepr, fondando i primi centri politici intorno ai quali si delineò la massa ancora amorfa di quegli Slavi orientali dai quali presero il nome di "Russi". Fino alla fine dell'undicesimo secolo, questi insediamenti rimasero in rapporto con la patria, ricevendone un afflusso di forze fresche. Almeno fino all'invasione dei Peceneghi43, essi intrattenevano, e assai attivamente, rapporti commerciali con Bisanzio e con i paesi musulmani delle rive del Caspio. Costantinopoli era il grande centro degli affari. Vi si vendevano schiavi, pelletterie, miele e cera. Costantino Porfiriogeneto descrive in maniera curiosa questo commercio russo intorno al 950. Parla di come, nel mese di giugno, le barche si riunissero a Kiev provenienti da Novgorod, Smolensk, Lubetch, Tchernigow e Vychegrad. Poi, tutti insieme, armati, discendono il fiume, trascinando i battelli, quando le rapide lo interrompono, e difendendosi dai Peceneghi, quindi costeggiando fino alla foce del Danubio, e di là, verso Costantinopoli. Questo commercio armato e guidato dal principe, assomigliava molto a quello dei mercanti di schiavi dell'Africa odierna44. Ma già nel decimo secolo, alla spedizione si univano i mercanti propriamente detti. A quest'epoca i russi sono ancora pagani. Non conoscono ancora la proprietà fondiaria e grazie a Costantinopoli, hanno già mercanti e fondano città: si tratta di palizzate (gorod), o pagost, vale a dire, luoghi abitati da stranieri (gosty). All'inizio dell'undicesimo secolo, Kiev ha già un'importanza di cui nessuna delle città dell'Europa settentrionale gode ancora. Nel 1018, Thietmar di Merseburg ce la descrive con le sue quaranta chiese (il testo dice 400, senza dubbio per errore) e i suoi otto mercati. La popolazione è ancora in gran parte composta di Scandinavi, ancor più .numerosi a Novgorod, dove gli uomini di Gotland, nel dodicesimo secolo, avevano una Gildhalle. Il movimento, partito di là, si diffonde naturalmente nel Baltico. L'isola di Bornholm (Danimarca) come dice Adamo di Brema, è celeberrimus Daniae portus et fida statia navium, quae a barbaris in Graeciam dirigi solent45. Infatti, già nel decimo secolo gli Scandinavi, iniziati al commercio da Bisanzio, si lanciano verso ovest. Le monete fiamminghe del decimo e dell'undicesimo secolo, trovate nel paese, dimostrano che essi frequentavano le coste del Mare del Nord. La dominazione danese in Inghilterra dovette incrementare ancor più questa navigazione. Nel decimo secolo, un nuovo porto, Tiel sul Waal, sostituisce, in Olanda, quello di Duurstede, e Bruges incomincia ad animarsi con la navigazione all'interno del golfo di Zwin. La conquista dell'Inghilterra da parte dei Normanni, collegando questo paese al continente, fu un motivo di un altro fermento di attività per la navigazione del Mare del Nord e della Manica.
L'impulso venne dunque da Bisanzio, tramite gli Svedesi. Ma nell'undicesimo secolo, la navigazione scandinava inizia a declinare: da una parte, l'invasione dei Cumani, a sud della Russia, interrompe la strada per Costantinopoli, e dall'altra, il commercio veneziano e italiano a sud fa una concorrenza troppo forte. Ma a questo punto, i Tedeschi si riversano sul Baltico. Ora il commercio è diventato così potente, da risalire verso nord.
Da Venezia, attraverso il Brennero, si diffonde a poco a poco nella Germania meridionale, o piuttosto è lei ad attirarlo, perché i Veneziani non viaggiano via terra. Ma il movimento è molto più intenso sul versante della Francia. Per impulso del traffico costiero, l'industria e il commercio si sono diffusi sulla pianura lombarda che, dalla metà dell'undicesimo secolo, incomincia a trasformarsi sotto la loro azione. I mercanti lombardi, passando per il San Gottardo o per il Moncenisio, si dirigono a nord. E a nord, ciò che li attira è la Fiandra, dove confluisce il traffico del Mare del Nord. Fin dall'inizio del dodicesimo secolo, questi Lombardi frequentano le fiere di Ypres, Lille, Messines, Bruges e Thourout. Poi, il centro dei rapporti commerciali si sposta a mezza strada e i grandi mercati del dodicesimo e del tredicesimo secolo furono le famose fiere della Champagne: Troyes, Bar, Provins, Lagny, Barsur-Aube.
È qui, che attraverso i Fiamminghi e i Lombardi, i due mondi commerciali, quello del nord e quello del sud, entrano in contatto e si compenetrano. Dei due, il più avanzato, il più perfezionato, quello che si va sviluppando maggiormente è il secondo. E ciò non sorprende. In rapporto costante con civiltà assai evolute, gli Italiani si sono dati molto presto alle pratiche commerciali, ai grandi traffici, più intensi e complessi di quelli del nord. Questo è il motivo per cui i primi strumenti di scambio che appaiono alla fine del dodicesimo secolo sono italiani. Si può dire che l'organizzazione del credito europeo sia interamente romana. Banca, cambiale, prestito su interesse, società commerciali, tutto questo viene esclusivamente dall'Italia e probabilmente si è diffuso attraverso le fiere della Champagne. Quel che il Rinascimento del commercio ha provocato più di tutto è il risveglio del denaro, il ritorno alla circolazione monetaria. Le riserve di metallo prezioso non aumentano, infatti, ma le monete ricominciano a circolare. Poiché lo scambio si generalizza, ricompaiono ovunque esso venga praticato. Ora incominciano a essere valutate in denaro cose che non lo erano mai state prima. L'idea della ricchezza si trasforma.



3. I mercanti.

Resta da vedere - e si tratta di una questione essenziale - come si sia formata la classe mercantile che è stata lo strumento di questo commercio. La questione è molto difficile per via dello scarso numero di documenti e senza dubbio non sarà mai possibile chiarirla del tutto.
Per cominciare, notiamo che i mercanti (mercatores) sono uomini nuovi. Si presentano come artefici di una ricchezza nuova accanto ai detentori dell'antico patrimonio fondiario, ma non provengono da quella classe.
E tanto poco ne provengono, che tra l'ideale della nobiltà e la vita del mercante il contrasto si è mantenuto per secoli e non si è mai del tutto sanato. Sono due mondi impermeabili. Con la Chiesa, le cose vanno anche peggio. La Chiesa è ostile al commercio, nel quale vede un pericolo per l'anima. Homo mercator numquam aut vix potest Deo piacere. Impedisce al clero di praticarlo. Tutta la sua ispirazione ascetica è in opposizione flagrante con esso. Non condanna la ricchezza, condanna l'amore e la ricerca della ricchezza. Quindi neanche da qui è potuto venire, a questo riguardo, il minimo incoraggiamento.
Provengono, forse, i mercanti dalla classe dei contadini, quella gente che ha il suo piccolo spazio nelle grandi proprietà, che vive sul proprio mansus e conduce un'esistenza sicura e protetta? Non sembra probabile, e anzi, tutto indicherebbe il contrario.
Per quanto strana possa sembrare, non resta che una soluzione: gli antenati dei mercanti sono i poveri, vale a dire la gente senza terra, la massa fluttuante che batte il paese, che offre la propria opera per la mietitura, che insegue le avventure, i pellegrinaggi. Un'eccezione va fatta per i Veneziani, le cui lagune hanno dato origine, fin dall'inizio, a una classe di pescatori e di raffinatori di sale che riforniscono il mercato bizantino.
Gente che non ha terra è gente che non ha niente da perdere, e gente che non ha niente da perdere ha tutto da guadagnare. Gente che non ha terra è gente di ventura, che fa affidamento soltanto su di sé e che niente spaventa. È anche gente ricca di cultura e di risorse, che ha viaggiato, che conosce lingue e usanze diverse, e che la povertà rende intraprendente. Non c'è da dubitare che i primi vascelli di corsari dei Pisani e dei Genovesi abbiano imbarcato questa feccia. E nell'Europa settentrionale, quegli Scandinavi che partivano per Costantinopoli, chi erano, se non gente senza beni, in cerca di fortuna?
In cerca di fortuna, è l'espressione giusta. Quanti non l'hanno trovata e sono scomparsi in battaglia o si sono consumati nella miseria! Ma altri ce l'hanno fatta. Hanno fatto fortuna con niente, vale a dire con niente altro che il coraggio, l'intelligenza, l'audacia.
Sembra facile. Oggi, un uomo intelligente, che non abbia altro che il proprio ingegno, trova capitali. Ma consideriamo che questi uomini non hanno capitali su cui sperare. Li devono creare dal niente. Sono i tempi eroici delle origini e vale la pena fermarsi a considerare questi poveri diavoli, che sono gli artefici della ricchezza mobiliare.
C'è un caso molto semplice, che si dovette ripetere spesso. Una spedizione corsara ha avuto successo, è stato saccheggiato un porto musulmano, catturato un bel battello ben carico. Si fa ritorno, e subito si possono assumere in proprio dei poveri diavoli e ripartire, oppure acquistare da qualche parte grano a buon mercato e portarlo dove infuria la carestia per rivenderlo a caro prezzo. Questa, infatti, è una delle cause del formarsi dei primi capitali mercantili. Tutto è a dimensione locale. A poca distanza, si trova il contrasto dell'abbondanza e della povertà e, come conseguenza, le fluttuazioni di prezzo più sbalorditive. Con pochissimo, si può guadagnare molto.
Un battelliere del Reno, dell'Escaut, o del Rodano, con un po' d'intelligenza è riuscito a fare buoni profitti in tempo di carestia. Più d'uno, che ha incominciato come venditore ambulante nei mercati o come venditore di candele nei pellegrinaggi, improvvisamente è arrivato a possedere del buon denaro sonante e a mettersi per mare.
Non bisogna dimenticare che la frode dovette essere molto praticata, all'inizio, così come la violenza. La correttezza, in commercio, è una virtù che sopraggiunge solo molto tardi.
Così, in questa grande società agricola dove i capitali sono a riposo, da un gruppo di outlaw, di fuorilegge, di vagabondi, di miserabili, sono venuti i primi artefici della nuova ricchezza, svincolata dal suolo. Siccome hanno guadagnato, vogliono guadagnare di più. Lo spirito del profitto non esiste, nella società costituita; loro, che non ne fanno parte, ne sono animati. Vendono, comperano, non per vivere - non che quegli acquisti non gli servano personalmente - ma per guadagnare. Non producono niente: trasportano. Sono girovaghi, dovunque arrivano sono ospiti, gosty. E sono anche tentatori, perché portano abiti alle donne e paramenti da altare e drappi d'oro alle chiese. Nessuna qualifica: sono tutti al tempo stesso rigattieri, barrocciai, imbroglioni, cavalieri d'industria. Non sono ancora mercanti professionisti, ma lo diventano.
E ciò accade, quando il commercio è diventato per loro definitivamente un genere di vita in sé, non più legata all'imprevisto e al giorno per giorno. Allora si fermano. Hanno bisogno di una residenza perché sono veramente entrati nella pratica ordinaria del commercio. Si stabiliscono in un punto adatto al genere di vita che conducono: vicino a un porto, in un luogo di sosta delle imbarcazioni, in una città vescovile, convenientemente situata. Là, si trovano in compagnia di gente come loro, e via via che aumentano di numero, ne arrivano altri. E allora, in maniera del tutto naturale, formano dei gruppi. Se vogliono godere di una certa sicurezza, devono viaggiare uniti, in carovane. Si raggruppano in gilde, in società religiose, in confraternite. Tutto il commercio del Medio Evo, fin verso la fine del dodicesimo secolo, è fatto di carovane armate (hansè). Ciò non solo ne aumenta la sicurezza, ma anche l'efficienza, perché se fra compagni si proteggono a vicenda sulle grandi vie di comunicazione, fanno anche acquisti in comune sui mercati. Cumulando i loro piccoli capitali, imbastiscono affari di una certa importanza. Dall'inizio del dodicesimo secolo, quel che conta è accaparrarsi i cereali. All'epoca, molti di loro hanno già realizzato fortune che consentono l'acquisto di immobili di valore46. Altrove, nella città dove risiedono, è la gilda che provvede ai lavori di fortificazione. È assolutamente certo che sono animati da uno spirito di guadagno molto spregiudicato. Non bisogna credere di avere a che fare con brava gente che cerca semplicemente di sbarcare il lunario.
Il loro scopo è accumulare ricchezze. In questo senso, sono animati dallo spirito capitalistico che la psicologia rudimentale degli economisti moderni si sforza di far passare per qualcosa di misterioso, nato dalla penuria o dal calvinismo. Calcolano e speculano; i loro contemporanei li temono al punto che nessuno si stupirebbe se avessero fatto un patto con il diavolo. Sicuramente i più non sanno leggere. Non ce n'è bisogno per mettere insieme grandi fortune. Rifiutarsi di riconoscere in loro la vena commerciale è ingenuo quanto lo sarebbe rifiutarsi di ammettere la vena politica nei principi loro contemporanei. In realtà, lo spirito del capitalismo nasce con il commercio.
In breve, la storia del commercio europeo non ci presenta affatto, come piacerebbe credere, lo spettacolo di un bello sviluppo organico, a uso e consumo degli amanti delle evoluzioni. Non inizia con piccoli affari locali che aumentano a poco a poco d'importanza e di estensione. Inizia, al contrario, conformemente alla sollecitazione che riceve dall'esterno, con il commercio in terre lontane e con lo spirito dei grandi affari - grandi in senso relativo. È dominato dallo spirito capitalistico che, agli inizi, è anche più forte di quanto lo sarà in seguito. A determinare, dirigere e introdurre il commercio in Europa è una classe di mercanti avventurieri47. Sono loro che hanno rianimato la vita urbana e, in questo senso, sono loro che si ricollegano alla nascita della borghesia, un po' come il proletariato moderno si ricollega ai grandi industriali.



CAPITOLO SECONDO La formazione delle città.

1. Le città e i borghi.

Una società dove la popolazione vive della terra che sfrutta e di cui consuma i prodotti sul posto, non può dare vita ad agglomerati umani di qualche importanza, dal momento che ognuno per vivere è legato alla terra che lavora. Al contrario, il commercio porta necessariamente con sé la formazione di centri presso i quali si rifornisce e da cui si irradia all'esterno. Il gioco dell'importazione e dell'esportazione ha come risultato il formarsi, nel corpo sociale, di quelli che potremmo chiamare nodi di transito. Nel decimo e undicesimo secolo, nell'Europa occidentale, la loro comparsa va di pari passo con il rinnovarsi della vita urbana.
Sono naturalmente le condizioni geografiche, il rilievo del suolo, la direzione e la navigabilità dei corsi d'acqua, la configurazione delle coste che, con l'indirizzo che hanno imposto alla circolazione degli uomini e delle cose, hanno allo stesso tempo determinato l'ubicazione dei primi insediamenti commerciali. Ma quasi sempre, questi luoghi erano già abitati all'epoca in cui l'afflusso dei mercanti li animò di un'attività nuova. Alcuni, come in Italia, in Spagna e in Gallia, erano occupati da una "città" vescovile; altri - ed è quanto troviamo nei Paesi Bassi e nelle regioni tanto a est del Reno quanto a nord del Danubio - erano la sede di un borgo, vale a dire di una fortezza. Niente di più facile a comprendersi di questo incontro.
Nel territorio del vecchio Impero romano, infatti, le "città" episcopali sorgevano nei luoghi meglio ubicati, poiché le diocesi erano state situate, fin dall'inizio, in queste città più importanti, che tale importanza dovevano esclusivamente ai vantaggi della loro posizione. Quanto ai borghi, costruiti nelle contrade del nord e dell'est per servire da rifugio alle popolazioni in caso di guerra, o per contenere le incursioni dei barbari, la maggior parte di essi si trovava quindi nei punti che la facilità di accesso rendeva adatti come luoghi di rifugio o di difesa48. Ma né le città, né i borghi presentavano la minima traccia di vita urbana. Questi ultimi, come ad esempio i castelli eretti dai conti di Fiandra contro i Normanni o le fortezze costruite da Carlomagno ed Enrico l'Uccellatore lungo l'Elba e la Saale per contenere gli Slavi, erano essenzialmente postazioni militari, occupate da una guarnigione di uomini d'armi e dalla gente necessaria al loro mantenimento, il tutto, al comando e sotto la sorveglianza di un castellano. Le città, invece, si distinguevano per un'impronta prettamente ecclesiastica. A fianco della cattedrale e del recinto delle canoniche, si incontravano di solito molti monasteri e i più importanti vassalli laici del vescovo risiedevano anch'essi in città. Se a ciò si aggiungono i maestri e gli allievi delle scuole, le parti citate a comparire davanti al giudice del tribunale vescovile, la folla dei fedeli che affluivano da ogni dove alle numerose feste religiose, ci si farà un'idea dell'attività che dovette regnare in queste piccole capitali religiose. Erano indiscutibilmente più popolate e più vive dei "borghi", ma, al pari di quelli, non avevano niente che assomigliasse a una borghesia. Nella città come nel borgo, accanto ai preti, ai cavalieri o ai monaci, non c'erano altro che servi, alle dipendenze della classe dominante, per la quale coltivavano il suolo circostante. Città e borghi non erano che i centri amministrativi di una società ancora completamente agricola.
È in queste "città" dell'Italia settentrionale e della Provenza da una parte, e dall'altra nei "borghi" della regione fiamminga che si sono formate le prime colonie mercantili. Questi due territori conobbero le prime manifestazioni della vita urbana proprio perché avevano sopravanzato il resto dell'Europa nella storia del commercio. Nel decimo secolo, i mercanti vi fondano, qua e là, insediamenti di cui però si sa molto poco, che nell'undicesimo secolo si sono moltiplicati, ingranditi e consolidati. Nella città come nel borgo, sono loro ormai a svolgere il ruolo principale. Gli immigranti prendono il sopravvento sugli antichi abitanti, la vita commerciale su quella agricola e la contrapposizione fra loro crea conflitti e richiede espedienti attraverso i quali, passando per una miriade di tentativi locali, si elabora un nuovo ordine di cose.
Se si vuole comprendere quel fenomeno dalle conseguenze tanto feconde che è stato la nascita della borghesia, bisogna cercare di immaginare tutta la vastità del contrasto che fin dall'inizio emerse tra la vecchia e la nuova popolazione. La prima, composta di religiosi, cavalieri e servi, vive della terra, che la classe inferiore lavora per le classi superiori le quali, dal punto di vista economico, consumano senza produrre niente. Poco importa che nella maggior parte delle "città" si incontri qualche artigiano che provvede ai bisogni della clientela locale e un piccolo mercato settimanale frequentato dai contadini dei dintorni. Quegli artigiani e quel mercato, in realtà, non hanno alcuna importanza in sé: sono strettamente subordinati ai bisogni dell'agglomerato che li contiene ed esistono esclusivamente in funzione di quello. È impossibile che si sviluppino, perché quell'agglomerato, la cui sussistenza è limitata dai proventi del suolo che lo circonda, non ha alcuna possibilità di svilupparsi.
In questo piccolo mondo immobile, l'arrivo dei mercanti capovolge bruscamente tutte le abitudini e produce in tutti i campi una vera e propria rivoluzione. A dire il vero, vi giungono come intrusi, ai quali l'ordine costituito non fa posto. In mezzo a una popolazione che vive della terra, dove le famiglie sopravvivono facendo sempre lo stesso lavoro e riscuotendo sempre le stesse entrate, essi fanno scandalo per quel loro essere gente senza radici e per l'agitazione e la stravaganza del loro modo di vivere. Con i mercanti, appare non solo lo spirito di guadagno e di iniziativa, ma anche il lavoro libero, la professione indipendente, svincolata tanto dal suolo quanto dall'autorità feudale, e soprattutto, appare la circolazione monetaria.
E non è solo il lavoro del mercante, a essere libero; per una novità non meno sbalorditiva, è libera anche la sua persona. Come comprendere, dunque, la posizione giuridica di questi nuovi venuti che nessuno ha mai visto prima? Probabilmente la maggior parte di loro è nata da genitori servi, ma nessuno lo sa, e poiché non può esservi presunzione di servaggio, è giocoforza trattarli da uomini liberi. Per una curiosa conseguenza della loro condizione sociale, questi antenati della futura borghesia non dovettero rivendicare la libertà. L'hanno ottenuta in maniera del tutto naturale; è iniziata come un dato di fatto, prima di venire riconosciuta come un diritto.
A questi tratti, già così sorprendenti, della comunità mercantile se ne aggiunge un altro: la rapidità con cui aumenta. Esercita ben presto intorno a sé un'attrazione paragonabile a quella delle fabbriche moderne sulla popolazione delle campagne. Infatti, con la lusinga del guadagno, stimola lo spirito d'iniziativa e d'avventura che sonnecchiava nel cuore dei servi della gleba e ovunque attira a sé nuovi adepti. D'altronde, è sostanzialmente aperta ed estensibile. Più l'attività commerciale si sviluppa, più fornisce impiego a una folla di gente, battellieri, carrettieri, scaricatori di porto, e così via. Nello stesso momento, vengono a stabilirsi in città artigiani di tutti i generi. Alcuni, panettieri, birrai, calzolai, grazie all'aumento costante della popolazione, trovano guadagni sicuri. Altri, lavorano le materie prime importate dai mercanti e i prodotti che ne ricavano alimentano a loro volta l'esportazione. Anche l'industria prende posto accanto al commercio. Dalla fine dell'undicesimo secolo, in Fiandra, i tessitori di lana iniziano ad affluire dalle campagne nelle città e l'industria tessile fiamminga, concentrandosi nelle mani dei mercanti, diventa quella che sarebbe rimasta fino alla fine del Medio Evo, l'industria più fiorente d'Europa.
Naturalmente, né la vecchia "città", né il vecchio "borgo" potranno contenere, nell'angusto perimetro delle loro mura, l'affluenza crescente di questi nuovi venuti. Essi sono costretti a stabilirsi fuori delle cinte urbane, e ben presto le loro abitazioni circondano da ogni parte e inghiottiscono nella loro massa l'antico centro intorno al quale si sono agglomerate. La prima preoccupazione della nuova città è quella di circondarsi, contro i predoni provenienti dall'esterno, di un fossato e di una palizzata che più tardi sostituirà con bastioni in pietra. Come la città o il borgo originari, è dunque anch'essa una fortezza: viene chiamata nuovo borgo o sobborgo, vale a dire borgo esterno; ed è a questo particolare che i suoi abitanti devono il nome di borghesi, con cui sono stati designati dall'inizio dell'undicesimo secolo.
In questa società del Medio Evo, alla quale l'astensione dello Stato lascia un'elasticità completa, accade alla borghesia ciò che accade alla nobiltà. La sua funzione sociale non ha tardato a trasformarla in classe giuridica. È evidente che il diritto e l'amministrazione in vigore, nati in una società puramente agricola, non bastano più ai bisogni di una popolazione mercantile. L'apparato formalistico della procedura, con i suoi strumenti primitivi di prova, di pegno, di pignoramento, devono far posto a regole più semplici e veloci. Il duello giudiziario, questa ultima ratio delle parti in causa, ai commercianti appare la negazione stessa della giustizia. Perché l'ordine regni nei sobborghi dove abbondano avventurieri di ogni sorta, avanzi di galera mai visti fino a quel momento nell'ambiente tranquillo della vecchia città o del vecchio borgo, essi esigono la sostituzione dell'antico sistema delle ammende e delle "composizioni" con pene capaci d'ispirare un salutare terrore: la forca, mutilazioni d'ogni genere, strappo degli occhi. Protestano contro le prestazioni in natura che gli esattori del telonio esigono per lasciar passare le mercanzie che importano o esportano. Se accade che uno di loro sia riconosciuto come servo, non accettano che il signore lo reclami. Quanto ai loro figli, la cui madre è quasi sempre inevitabilmente di estrazione servile, non possono ammettere che vengano considerati come non-liberi. Così, sotto ogni aspetto, dall'incontro di questi uomini nuovi con la società antica nascono urti e conflitti portati dallo scontrarsi del diritto feudale e del diritto commerciale, degli scambi in natura e degli scambi in denaro, della servitù e della libertà.
Naturalmente, le pubbliche autorità non hanno accettato senza resistenza le rivendicazioni della borghesia nascente. Come sempre, hanno cercato prima di tutto di mantenere lo status quo, vale a dire di imporlo ai mercanti, per quanto in antitesi assoluta con il loro modo di vivere, e quindi, come sempre, la loro condotta si spiega tanto con la buona fede quanto con l'interesse personale. Certo è che solo dopo molto tempo i principi sono riusciti a comprendere di dover modificare, per la popolazione mercantile, il regime autoritario e patriarcale che avevano applicato fino a quel momento ai loro servi. Soprattutto i principi ecclesiastici mostrarono all'inizio un'ostilità assai spiccata. Il commercio appariva pericoloso per la salvezza delle anime e consideravano con diffidenza e come un riprovevole attentato all'obbedienza tutte queste novità il cui contagio si diffondeva ogni giorno di più. Questa resistenza avrebbe portato naturalmente delle rivolte. In Italia, nei Paesi Bassi, lungo le sponde del Reno, la lotta delle investiture fornisce ai borghesi un'occasione o un pretesto per sollevarsi contro i loro vescovi, qui in nome del papa, là in nome dell'imperatore. Il primo comune di cui la storia faccia menzione, quello di Cambrai, nel 1077, è stato proclamato dal popolo, gestito dai mercanti, contro il prelato imperialista della città.



2. Le città.

Le resistenze dei principi sono riuscite a contrastare, non ad arrestare il movimento, che, verso la fine dell'undicesimo secolo, precipita, si allarga, si impone. Ora, i principi si rendono conto di avere più da perdere che da guadagnare, se insistono nel combatterlo. Infatti, se esso fa vacillare la loro autorità locale e mette in pericolo alcuni dei loro proventi demaniali, compensa largamente questi inconvenienti con il supplemento di incassi che fornisce al telonio e con l'inestimabile vantaggio di un afflusso costante di granaglie, di mercanzie di ogni genere e di moneta. Già all'inizio del dodicesimo secolo, alcuni principi intraprendono senza mezzi termini la via del progresso e cercano di attirare i mercanti con la promessa di franchigie e di privilegi. Insomma, per forza o per amore, le rivendicazioni della borghesia trionfano ovunque, così come il regime parlamentare trionferà ovunque nell'Europa del diciannovesimo secolo. E, per quanto diverse siano l'una dall'altra queste due trasformazioni presentano tuttavia una somiglianza che colpisce per le caratteristiche della loro diffusione. Così come il parlamentarismo continentale è un adattamento di istituzioni inglesi e belghe alla situazione particolare di ogni paese, altrettanto le istituzioni urbane, se pure si presentano in ogni città con peculiarità dovute all'organizzazione dell'ambiente locale, nondimeno si ricollegano, nell'insieme, a due tipologie dominanti, quella delle città dell'Italia settentrionale, da una parte, e quella delle città dei Paesi Bassi e della Francia settentrionale dall'altra. Qui, come per il regime demaniale, per il feudalesimo, per la riforma di Cluny e per la cavalleria, la Germania e le altre regioni dell'Europa centrale non hanno fatto che seguire la sollecitazione proveniente dall'ovest.
Nonostante innumerevoli divergenze di dettaglio, le città del Medio Evo presentano ovunque gli stessi tratti essenziali e a ciascuna di loro può applicarsi la stessa definizione. La si formulerà dicendo che la città è un agglomerato fortificato, abitato da una popolazione libera, dedita al commercio e all'industria, con un suo diritto speciale e dotata di una giurisdizione e di un'autonomia comunale più o meno sviluppate. La città forma un'immunità nell'uniformità del paese, vale a dire che forma una persona morale privilegiata. Infatti, si è costituita sulla base del privilegio. Il borghese, come il nobile, possiede una condizione giuridica speciale; l'uno e l'altro, in condizioni diverse, sono ugualmente lontani dal villano, dal contadino, che, fino alla fine dell'Ancien Régime, nella maggior parte dell'Europa, continuerà a rimanere al di fuori della società politica.
Per sua natura, la condizione privilegiata del borghese è però assai diversa da quella del nobile. Il nobile è, in realtà, l'antico uomo libero, possidente. Il suo privilegio, in qualche modo negativo, viene dal fatto che la massa del popolo, sotto di lui, si è abbassata al rango di servitù. Non è lui a essersi elevato; egli fa semplicemente parte di una minoranza rimasta dov'era, nello scadimento generale. Il borghese, al contrario, è privilegiato in maniera estremamente positiva. È un parvenu che, a viva forza, si è fatto posto nella società, un posto che il diritto ha finito con il riconoscergli e garantirgli. Il regime feudale che pone il nobile al di sopra del contadino, li lega al tempo stesso l'un l'altro con un vincolo saldo al punto che ancor oggi, dopo tanti secoli, ne sopravvive qualche traccia. Il borghese, al contrario, è estraneo a entrambi; entrambi provano nei suoi confronti una diffidenza e un'ostilità di cui, ancora una volta, non è del tutto scomparso il segno. Egli si muove in una sfera completamente diversa. Tra lui e loro, si rivela il contrasto che oppone la vita agricola alla vita commerciale e industriale. Accanto a loro, che producono direttamente tutto ciò che è indispensabile alla vita, lui è l'elemento mobile, attivo, l'elemento di comunicazione e di trasformazione. Non è indispensabile all'esistenza: si può vivere senza di lui. È essenzialmente un fattore di progresso sociale e di civiltà.
Un'altra differenza ancora separa la borghesia del Medio Evo dalla nobiltà e dal clero. Questi formano classi omogenee, dove tutti i membri condividono lo stesso spirito di corpo e hanno coscienza della solidarietà che li lega gli uni agli altri. Per i borghesi, le cose stanno in modo del tutto diverso. Raggruppati in città, in loro lo spirito di classe cede il posto allo spirito particolaristico, o quanto meno si subordina a esso. Ogni città costituisce un piccolo mondo a sé, il cui esclusivismo e il cui protezionismo non hanno limiti. Ognuna fa di tutto per favorire il proprio commercio e la propria industria, e per allontanare da sé quelli delle altre città. Ognuna cerca di bastare a se stessa e di produrre tutto quel che le è indispensabile. Ognuna si sforza di estendere la propria autorità sulla campagna circostante per assicurarsi i rifornimenti. Se accade che le città collaborino, che stringano fra loro leghe temporanee o permanenti, come la Hansa di Londra e più tardi la Hansa germanica, è contro il nemico comune o per un vantaggio comune, ma entro le mura di ciascuna non v'è spazio che per la propria borghesia; lo straniero non può farvi commercio se non con l'aiuto dei mediatori della città, e può sempre essere espulso. Per potervi abitare e vivere occorre ottenere lo status di borghese. E in questo non c'è niente di incomprensibile. Si tratta del mercantilismo locale. Gli Stati, a tutt'oggi, non sono forse ancora a questo punto? Non erigono forse barriere doganali per favorire nel proprio territorio la nascita di industrie che non possiedono? L'esclusivismo urbano cesserà soltanto quando le città saranno riunite, tutte insieme, nell'unità superiore dello Stato, e altrettanto forse, un giorno, nella società umana, cesserà l'esclusivismo dello Stato.
Il risultato morale di questo esclusivismo è stato una solidarietà straordinaria tra i borghesi. Essi appartengono, corpo e anima, alla loro piccola patria locale e con loro, per la prima volta dall'Antichità, riappare nella storia dell'Europa un sentimento Civico.
Ognuno di loro è chiamato, e lo sa bene, a difendere la città, a impugnare le armi, a dare la vita per lei. I cavalieri di Federico Barbarossa hanno visto con stupore i commercianti e i mercanti delle città lombarde tenere loro testa. In questa campagna, si vedono esempi di civismo che fanno pensare alla Grecia antica. Altri devolvono il proprio patrimonio alla città, riscattano telonii, fondano ospedali. I ricchi danno senza lesinare e certo, tanto per generosità che per orgoglio.
Perché sono loro che governano. Nelle città, i borghesi hanno la parità civile e la libertà, ma non la parità sociale né quella politica. La borghesia, nata dal commercio, è rimasta sotto l'influenza e il dominio dei più ricchi che, con il nome di "grandi", di "patrizi", hanno in mano l'amministrazione, la giurisdizione. Il governo urbano è un governo plutocratico, e nel tredicesimo secolo finirà addirittura per diventare oligarchico, perché le stesse famiglie si tramandano il potere. D'altronde, niente è più degno di nota di questi governi. Sono loro ad aver creato l'amministrazione urbana, vale a dire la prima amministrazione civile e laica che l'Europa abbia mai conosciuto. Fondano tutto ex novo. Non si fa abbastanza attenzione a questo: e cioè che non hanno alcun modello e devono inventare tutto: sistema finanziario, contabilità, scuole, regolamenti commerciali e industriali, primi rudimenti di una politica dell'igiene, lavori pubblici; mercati, canali, poste, cinte murarie, distribuzione dell'acqua: tutto questo viene da loro. E sono ancora loro ad aver costruito gli edifici che ancor oggi formano il vanto di tante città.
Sotto di loro, il resto della popolazione urbana si compone di artigiani che, in ogni città, rappresentano la maggioranza. Di regola, sono piccoli capi bottega, maestri, che impiegano da uno a due gregari49, e formano una borghesia attiva e indipendente. Mentre il commercio all'ingrosso è libero, si sviluppa una politica sociale per la protezione degli artigiani, che è un capolavoro, interessante nel suo genere quanto le cattedrali gotiche, e le cui ultime tracce sono scomparse soltanto ai nostri giorni. Lo scopo è quello di salvaguardare tutte queste piccole esistenze che fanno la forza della città e ne assicurano il rifornimento regolare. Ognuno è produttore e consumatore e la regolamentazione interviene da questo duplice punto di vista. Il potere municipale si incarica di proteggere il consumatore, rifacendosi, in questo, alla vecchia regolamentazione municipale, di cui forse alcune tracce sopravvivono in Italia. Niente di più mirabile delle precauzioni prese contro la concorrenza "sleale", la frode, la falsificazione. Tutela dei consumatori nel duplice interesse della borghesia locale e del buon nome della città, all'esterno.
Il produttore, invece, si tutela da sé con le corporazioni, che compaiono nel dodicesimo secolo. Loro finalità principale è di impedire la concorrenza ed è questo che le ha rese tanto invise all'economia liberale del diciannovesimo secolo. Ognuno deve poter vivere e quindi conservarsi la clientela. Per questo, occorre che tutti vendano allo stesso prezzo dei compagni, e che fabbrichino come loro. In orìgine, il mestiere è un'associazione volontaria come i nostri sindacati, che però boicotta i "crumiri" che non ne fanno parte e finisce con l'essere riconosciuta dal potere pubblico. Notiamo che però non ha niente dell'associazione di operai che si contrappone ai padroni. È un sindacato obbligatorio di piccoli borghesi, istituito essenzialmente per piccoli produttori indipendenti. Nella maggior parte delle città medioevali non c'è proletariato. Gli artigiani lavorano per il mercato locale che fanno in modo da riservare esclusivamente a sé. Si mantengono in numero proporzionale a quello dei clienti. Dominano completamente la situazione. In questo senso, hanno risolto la questione sociale. Ma l'hanno risolta soltanto là dove la città è uno "Stato chiuso", una situazione che non è stata così generalizzata come si pensa. Infatti, almeno per un'industria, quella tessile della Fiandra e di Firenze, è esistita una produzione che non alimenta il mercato locale, bensì il mercato europeo. In questo caso, non c'è né limitazione della produzione, né possibilità che il piccolo proprietario acquisti personalmente la materia prima. Egli subisce quindi le regole del grande mercato, e a questo punto si produce una divisione fra capitale e lavoro che altrove non esiste. Il regime industriale è quello della piccola bottega. Ma qui il "padrone", invece di essere un imprenditore indipendente, è un salariato che lavora con il materiale fornito dal cliente, e troviamo qualcosa che si avvicina molto all'industria a domicilio della storia moderna. La corporazione esiste, ma è ben lungi, qui, dal tutelare con efficacia l'artigiano, perché non
può rifarsela con le condizioni del mercato o del capitale. Da qui, scioperi, lotte salariali, esodo degli operai a Gand, crisi industriali. Da qui anche lo spirito inquieto, turbolento, utopico, che contraddistingue i tessitori dal dodicesimo secolo, e che farà di loro i seguaci di un comunismo ingenuo, legato a idee mistiche o eretiche. È falso dire che il Medio Evo non abbia conosciuto che piccole industrie indipendenti e corporative. Nei centri più avanzati, non gli sono state risparmiate né le lotte per il lavoro, né i conflitti sociali. Se ne rileverà l'influenza nel quattordicesimo  secolo.
Con la comparsa delle città e la nascita della borghesia, la società europea è diventata quella che resterà fino alla fine dell'Ancien Règime. Clero, nobiltà, borghesia, questa è la triade che ne governerà i destini e che prenderà parte alla politica. Sotto i privilegiati, il popolo agricolo rimarrà confinato al ruolo di allevatore di bestiame fino al giorno in cui l'uguaglianza civile, e in una certa misura l'uguaglianza politica, diventeranno il vincolo che accomuna tutti. Infatti - ma non si può troppo insistere su questo punto - la borghesia è una classe esclusiva e privilegiata. È in questo che le città del Medio Evo differiscono sostanzialmente dalle città dell'impero romano, dove gli abitanti, quale che potesse essere il loro status sociale, si differenziano gli uni dagli altri per i diritti di cui godono. Il mondo romano non ha conosciuto niente di simile alla borghesia europea; e neanche il Nuovo Mondo. Quando sono state fondate le città americane, era passato il tempo in cui il diritto accompagnava la professione sociale; non ci sono più stati altro che uomini liberi. Ai giorni nostri, la parola borghesia che si continua a utilizzare, ha perso completamente il suo significato originario, che designa una classe sociale di qualsiasi origine, accomunata soltanto dal fatto che detiene la ricchezza. Niente più sopravvive della borghesia, così come della nobiltà del Medio Evo.



CAPITOLO TERZO L'espansione delle città e le sue conseguenze.

1. L'espansione.

Se la rinascita della vita urbana in Occidente, nelle sue più lontane origini, risale ai primi insediamenti mercantili del decimo secolo, soltanto alla fine dell'undicesimo, però, è giunta alla completa fioritura e le prime città, nella piena accezione del termine, fanno la loro comparsa nella storia. Come abbiamo già detto, i primi esempi di questa fioritura appaiono nelle due regioni dove l'attività commerciale è più intensa: a sud, nell'Italia settentrionale; a nord, nei Paesi Bassi. In entrambi i luoghi colpisce il parallelismo delle situazioni. In Italia, come in Fiandra, il commercio marittimo e quello via terra, prolungamento del primo, hanno come esito l'attività dei porti: qui, Venezia, Pisa e Genova; là, Bruges. Poi, dietro a questi, si sviluppano le città industriali: i comuni lombardi e Firenze, da una parte; dall'altra, Gand, Ypres, Lille, Douai, e più lontano, Valenciennes e Bruxelles. Evidentemente, è la vicinanza dei porti a dare all'industria delle città lo slancio straordinario che hanno avuto e che in Europa è unico. I porti italiani e quelli di Fiandra - e soltanto loro - con il relativo hinterland, hanno un'importanza internazionale.
Questo li mette inevitabilmente in rapporto gli uni con gli altri. L'iniziativa di questi rapporti parte dal più progredito dei due focolai, vale a dire l'Italia. Mercanti italiani frequentano la Fiandra dall'inizio del dodicesimo secolo. Ma ben presto sono le fiere della Champagne a diventare il punto di contatto, e in un certo senso la borsa del commercio italo-fiammingo. Situate sulla via che, dalla Lombardia, attraverso il Gottardo, il lago di Ginevra, e il Giura, unisce il nord al mezzogiorno, esse tengono tutto l'anno in contatto i mercanti dei due paesi. Ma non sono che incontri d'affari, e in quei luoghi non furono mai fondate città veramente importanti. La stessa Troies non ha mai avuto un grande sviluppo; Lagny, Provins, Barsur-Aube sono rimaste località secondarie.
Il sud della Francia ha seguito di poco l'Italia. Marsiglia, Montpellier, Aigues-Mortes, partecipano al commercio mediterraneo. Più all'interno, Albi, Cahors, Tolosa gravitano verso di loro, sviluppando una prosperità ininterrotta fino alla guerra degli Albigesi. In Spagna, il porto di Barcellona acquista anch'esso grande importanza, senza dar vita, però, nel retroterra, a centri urbani particolarmente attivi.
Il Rodano è l'unico fiume mediterraneo della Francia e il solo che, per questo motivo, abbia dato ben presto impulso a città di primo piano: Avignone, Lione. Gli altri si gettano nell'Atlantico e nella Manica, dove non ci sono che porti di cabotaggio e di pesca, il più importante dei quali è Bayonne, o porti di traffico locale con l'Inghilterra, come Rouen e Bordeaux. Anche in Inghilterra, la navigazione è limitata alla costa antistante e le città sono poco importanti. Londra stessa non acquista un certo rilievo che nel tredicesimo secolo. All'interno della Francia una sola città si sviluppa uguagliando quelle più grandi, ma per cause politiche: Parigi. È la sola città di questo genere in Europa, la vera capitale, che si espande col progredire della monarchia. A parte questo, non esistono che città locali, nessuna paragonabile a quelle della Linguadoca o della Fiandra.
La Germania non possiede alcun centro di commercio internazionale. È collegata all'Italia dal Reno e dal Danubio, dove nascono Colonia e Strasburgo, da una parte, Ratisbona e Vienna dall'altra. Il più importante di questi centri è Colonia, dove la Germania orientale e quella meridionale entrano in contatto con la Germania settentrionale e da dove entrambe raggiungono i Paesi Bassi. La Germania settentrionale non ha altra comunicazione diretta con il sud. È orientata verso i due mari interni. Amburgo e Brema sul Mare del Nord, e soprattutto Lubecca, fondata da Enrico il Leone, sul Baltico. Entriamo qui nel paese coloniale e nelle città nuove dove non si esercitò mai alcuna influenza romana. I porti della costa sono insediamenti nuovi, favoriti dai principi. Si snodano lungo la costa, fino ai paesi lituani: Danzica, Revai, Memel, Riga, Dorpat. Da quando la strada russa viene abbandonata, da una parte perché l'Italia esercita una grande forza d'attrazione sul commercio, dall'altra perché un'avanguardia mongola, i Cumani, dalla metà del dodicesimo secolo, rendono la regione di Kiev troppo pericolosa, il Baltico è un lago tedesco. Gli Scandinavi, allora, perdono importanza, e la cedono ai Tedeschi. Whisby, nell'isola di Gotland, è una stazione teutonica e i "Niemetz"50 avanzano fino a Novgorod, dove, nel dodicesimo secolo, hanno un mercato. Solo la Danimarca cerca di tenere loro testa, ma a Bornhoved, viene sconfitta sotto Valdemaro secondo (1227), e cede il posto.
Fra il Reno e il Danubio, all'interno della Germania, non esistono grandi città. Munster e Magdeburgo sono luoghi di second'ordine, e così Francoforte e Norimberga. Berlino praticamente non esiste e altrettanto Monaco e Lipsia. Dal punto di vista della differenza della vita urbana, il paese presenta un ritardo evidente. Federico Barbarossa non ha capito niente della borghesia. La vita urbana è esclusivamente in periferia, e, a eccezione delle rive del Reno, incomincia ad assumere importanza soltanto nel tredicesimo secolo. Perciò, il panorama generale è quello di due grandi nuclei, Italia e Paesi Bassi - vale a dire Belgio - dove si trovano le città più grandi, con le quali tutti i centri importanti sono in comunicazione. Il movimento del Baltico gravita verso Bruges, come quello della Germania meridionale verso l'Italia.
Ma, fra i grandi centri commerciali, abbiano essi rilevanza locale o generale, si forma una miriade di piccole città secondarie, sull'esempio di quelle grandi, che vivono regolate dallo stesso diritto. Ora, è indispensabile che ogni regione abbia il suo piccolo centro urbano. La disorganizzazione del sistema feudale e la comparsa di contadini liberi richiede inevitabilmente la formazione di piccoli borghi, rifugi di artigiani e centri di commercio della regione, in sostituzione delle corti dove si riforniva la popolazione servile. Le grandi città offrono loro spontaneamente la vita urbana. Se ne fondano di nuove. In Germania, le due Friburgo sono divenute centri importanti. Moltissime altre hanno vissuto serenamente una vita per metà urbana e per metà agricola; Creuzburg, dove scrivo questo libro, ha ottenuto la sua carta di affrancamento nel 1213. Si tratta di città nate in un secondo tempo, in un'epoca in cui la borghesia si è imposta e i principi, spinti dal tornaconto che vi scoprono, ne fondano ovunque. Una volta, il viaggiatore andava di monastero in monastero; ora va di città in città; se ne trovano lungo tutte le strade, a una certa distanza le une dalle altre, e formano punti di transito fra le grosse città, come i grani più piccoli del rosario che separano quelli delle decine.
La comparsa delle città ha provocato un incremento demografico in un certo senso paragonabile a quello del diciannovesimo secolo, i cui effetti sono stati meno importanti per la popolazione delle città che per quella delle campagne. Grosso modo, si può valutare che, rispetto a quella dell'epoca carolingia, la popolazione è raddoppiata. Il culmine si raggiunge all'inizio del quattordicesimo  secolo. Da allora, fino al diciottesimo secolo, non vi saranno altri cambiamenti sostanziali.
Sarebbe della massima importanza riuscire a farsi un'idea della rilevanza relativa della popolazione urbana rispetto a quella rurale. Purtroppo è impossibile. Quel che è certo è che in tutti i centri privilegiati dal commercio, la popolazione borghese è stata in continuo aumento fin verso la metà del quattordicesimo  secolo. Ovunque occorre ampliare le cinte murarie, divenute troppo anguste, inglobare i sobborghi che si sono formati fuori delle porte della città. Esistono grandi città, città grandissime, in senso relativo. Ma che cosa può essere la grande città dell'inizio del dodicesimo secolo? Le cinte murarie sono ancora tutte piuttosto piccole. Le cifre trasmesse dai contemporanei non hanno alcuna attendibilità, perché non si basano su censimenti; i primi di cui disponiamo risalgono al quindicesimo secolo, ma le contraddizioni che presentano non ci consentono di dare loro alcun credito. Nell'arco di dieci anni, l'incremento della popolazione di Ypres viene valutato da 50.000 a 200.000 abitanti. Tutto quel che si può dire è che nessuna città europea, fino alla fine del Medio Evo, ha mai raggiunto i 100.000 abitanti. Le più grandi, Milano, Firenze, Parigi, Gand, dovettero oscillare intorno ai 50.000. Le città medie, dai 20 ai 50.000; le piccole, dai 2 ai 5000. Ma questo non deve impedirci di parlare di grandi città, visto che la grandezza è del tutto relativa. Se si tiene conto, infatti, della scarsa densità della popolazione rurale, un agglomerato di 50.000 abitanti pare completamente diverso da quello che è oggi.



2. Conseguenze per la popolazione rurale.

Bisogna stare molto attenti, inoltre, a non pensare che i rapporti fra città e campagna, nel Medio Evo, fossero come quelli di oggi. Ai giorni nostri, la città non è avulsa dalla campagna. Nei piccoli paesi sorgono industrie e una parte della popolazione urbana abita in campagna, dove fa ritorno la sera. Nel Medio Evo le cose stanno in tutt'altro modo. La città si distingue nettamente dalla campagna. Materialmente, già ne è staccata, al riparo del suo fossato e delle sue porte. Giuridicamente, è un altro mondo. Nel momento in cui si mette piede dentro la cinta muraria ci si inserisce in un diritto nuovo, come oggi quando si passa da uno Stato a un altro. Economicamente, esiste lo stesso contrasto. Non solo la città è un luogo di commercio e d'industria, ma non esistono commercio e industria se non in città. Ovunque è proibito esercitare queste attività in campagna. Perciò ogni città cerca di dominare i propri dintorni, di asservirli. Essi devono essere il suo mercato e, al tempo stesso, la garanzia della sua sopravvivenza. Non esistono, come oggi, scambi continui e interpenetrazione; esistono contrasto e subordinazione di un elemento all'altro.
Questa subordinazione è stata più o meno estesa a seconda del numero e della potenza delle città. Raggiunge il massimo in Italia e il minimo nei paesi scandinavi e slavi. Il risultato è stato ovunque una perturbazione più o meno profonda del regime economico rurale e una corrispondente trasformazione della condizione delle classi agricole.
La nascita delle città rendeva infatti impossibile il perdurare del regime del latifondo. Questo, lo si è visto, si caratterizza essenzialmente come un'economia senza sbocchi. Non disponendo di alcun mercato per lo smercio dei prodotti, il feudo limita la produzione ai bisogni del proprio consumo e tutta la sua struttura interna - procedimenti di coltura, forme di vassallaggio, prestazioni degli uomini e rapporti tra loro e il proprietario - si spiega con questa situazione particolare. Ora, dal giorno in cui sorgono le città, ovunque si faccia sentire la loro azione, questo stato di cose viene a cessare. Infatti, senza mercanti e artigiani, con una formula cara ai fisiocrati del diciottesimo secolo, si può dire che la popolazione urbana sia una popolazione sterile. Non può vivere se non facendo venire da fuori i mezzi di sussistenza, vale a dire acquistandoli dagli agricoltori, ai quali fornisce dunque gli sbocchi che gli erano mancati fino a quel momento. Perciò, risveglia in loro l'idea del profitto, perché la produzione ormai è rimunerativa. Così scompaiono contemporaneamente le condizioni morali ed economiche a cui corrispondeva l'organizzazione demaniale. Il contadino, la cui attività viene ora sollecitata dall'esterno, ormai la considera soltanto come un intralcio fastidioso. E come conseguenza inevitabile del nuovo stato di cose, anche il signore avverte sempre più il bisogno di una riforma. Infatti, rimanendo unilaterali le prestazioni dei suoi vassalli, in virtù delle consuetudini, egli si rende ben presto conto di un increscioso decremento delle proprie risorse. Le entrate rimangono sempre le stesse, mentre le spese non fanno che aumentare. Le gilde, infatti, con i loro acquisti, attivano la circolazione monetaria nelle campagne: il denaro diventa sempre più abbondante e il suo valore diminuisce in proporzione. Il prezzo della vita è in continuo aumento e i proprietari, ridotti a entrate fisse, si vedono trascinati alla rovina. Per la piccola nobiltà militare, che di regola non possiede che feudi di mediocre entità dai quali ricava appena di che vivere, la crisi fu una vera catastrofe. Gran parte della cavalleria, tanto numerosa nell'undicesimo secolo, alla fine del dodicesimo è caduta in miseria.
È difficile dire se l'aumento della popolazione delle campagne che si manifesta nello stesso momento in cui le sue condizioni di esistenza si avviano a una modificazione tanto profonda si ricolleghi anch'essa alla nascita delle città. Dopo le devastazioni dei Normanni, dei Saraceni e degli Ungheresi, l'Europa ha conosciuto un periodo di relativa tranquillità, durante il quale l'eccedenza naturale delle nascite sui decessi dovette incrementare sensibilmente il numero degli abitanti. Ma è solo nella seconda metà dell'undicesimo secolo che si rilevano, in certe zone d'Europa, tracce di un malessere dovuto a un eccesso di popolazione e non ci si può impedire di credere che, portando ai contadini nuovi mezzi di esistenza, le città abbiano contribuito per ciò stesso, non certo ad aumentare la fecondità dei loro matrimoni51, ma a incrementarne il numero. Comunque stiano le cose, è certo che nei Paesi Bassi, ad esempio, la terra coltivata verso il 1050 incomincia a non bastare più ai bisogni degli abitanti. Eventi come la conquista dell'Inghilterra nel 1066 e la Crociata lasciano supporre evidentemente anche un certo eccesso di popolazione, almeno nella Francia del nord.
Lo stesso accade per l'aumento rapido del numero di abitanti delle città e delle bande d'avventurieri mercenari che si formano verso la stessa epoca in Italia, a Genova ad esempio e, sotto il nome di Brabantini e di Cotereaux, nella regione francese. Dall'inizio del dodicesimo secolo, si ha qualcosa di più che non semplici ipotesi. Il popolamento delle regioni al di là dell'Elba da parte di gente che giunge dalle rive del Reno, dall'Olanda, dalla Fiandra, non si può evidentemente spiegare che con la sovrabbondanza della popolazione rurale di quelle contrade.
Così, nel momento in cui l'antico sistema feudale ha fatto il suo tempo e non risponde più ai bisogni di una società economicamente più avanzata, molti sono gli uomini che si offrono a chi voglia affidare loro delle terre. I grandi proprietari, e soprattutto i principi territoriali, non si sono lasciati sfuggire l'occasione di mettere a frutto una situazione tanto favorevole. Disponevano di terre incolte in quantità, perché sembra certo che, almeno a ovest del Reno e a sud del Danubio, le grandi proprietà fossero estese soltanto là dove si trovavano terre fertili, già coltivate all'epoca romana. Il resto era abbandonato ai boschi, alle brughiere, alle paludi. Era arrivato il tempo di metterle a coltura. Questa grande opera che per la prima volta dalla scomparsa dell'Impero romano, incrementò la ricchezza fondiaria dell'Europa, inizia verso la metà dell'undicesimo secolo, raggiunge l'apogeo nel corso del dodicesimo, si conclude, scemando via via, fin verso la fine del tredicesimo. Da quel momento, fino alla fine del diciottesimo secolo, il suolo coltivabile, in Occidente, non è più sensibilmente aumentato, e ciò basta a mostrare l'importanza dei progressi compiuti dalla bonifica avvenuta nel Medio Evo. I dissodamenti sarebbero stati certo meno estesi se l'agricoltura fosse stata più avanzata. La vastità degli spazi che occupò, al fine di aumentare la produzione, fu conseguenza delle pratiche rudimentali di una coltura ancora completamente estensiva. La crisi dell'organizzazione feudale si sarebbe potuta evitare se fosse stato possibile aumentare la fertilità del suolo grazie a procedimenti più razionali.
Il sistema seguito per il popolamento e per la messa a coltura delle terre vergini contrasta con le pratiche dell'epoca precedente, per quello che si potrebbe chiamare il suo carattere liberale. Il contadino non ha altri rapporti con il proprietario del fondo se non quelli che nascono necessariamente dalla sua qualità di vassallo. Paga una tassa per la terra che occupa, ma la sua persona rimane libera. Uno dei mezzi più sfruttati dai signori per attirare i coloni, o gli ospiti, come li chiama la lingua del tempo, è la fondazione di "città nuove", vere e proprie colonie agricole. L'area della "città nuova" è ripartita in un certo numero di unità di sfruttamento, tutte uguali tra loro e che, dietro pagamento di un canone fondiario, vengono cedute a titolo ereditario. Una carta comunemente ripresa da quella della città vicina, riconosce la libertà personale degli abitanti, fissa i poteri e la competenza del sindaco e del tribunale, incaricati dell'amministrazione e della giustizia, regola i rispettivi diritti del signore e dei contadini per quanto attiene alle consuetudini forestali, e così via. Appare quindi un nuovo tipo di villaggio, il "villaggio di diritto", che con l'antica organizzazione del latifondo non ha più che un elemento in comune: come quella, presuppone a un tempo la grande proprietà e il piccolo sfruttamento. Per il resto, tutto è nuovo. Qui, non solo il contadino è un uomo libero, ma le prestazioni che deve al signore, anziché consistere ancora in prodotti naturali, sono di solito pagabili in denaro. Non c'è da stupirsi che il bisogno di terre, sempre più pressante via via che la popolazione aumentava, abbia fatto affluire gli "ospiti" verso le città nuove. Dappertutto, queste fanno arretrare intorno a sé i confini delle terre incolte, bonificano i grandi boschi, diradano le brughiere, prosciugano gli acquitrini. Spunta in tutta Europa una nuova fioritura di villaggi, i cui nomi, che in lingua francese terminano in sari e nei paesi di lingua germanica in kerk, kirche, rode, rath, ci permettono ancora di distinguere dai loro vicini delle vecchie terre.
La Chiesa ha avuto una parte notevole nella grande opera di coltura del dodicesimo secolo e ciò lo dovette ai nuovi ordini di Citeaux e di Prémontré. La vitalità straordinaria manifestata dai monaci al tempo della riforma cluniacense non era sopravvissuta al suo trionfo. Raggiunto lo scopo, lo slancio si era arrestato. Alla crisi succede il cedimento e dalla fine dell'undicesimo secolo, i monasteri benedettini, la cui ricchezza, per una singolare ma inevitabile ironia degli eventi, era stata incrementata dalle donazioni dei fedeli, ed era stata da loro guadagnata proprio perché tenevano in dispregio i beni terreni, incominciano a entrare in un periodo di torpore da cui non usciranno più fino al diciassettesimo secolo che ne vede la rinascita. Il loro ruolo religioso e sociale ha termine, ed essi non sono più che grandi proprietari terrieri. I Cistercensi e i Premonstratensi, quelli fondati da san Bernardo nel 111352, questi da san Norberto nel 1119, riprendono la propaganda ascetica abbandonata dai Cluniacensi. Per applicare in tutto il suo rigore la prescrizione del lavoro manuale, gli uni e gli altri si stabiliscono di preferenza in luoghi incolti da dissodare e prosciugare. I principi si affrettarono a fare opera di devozione, cedendo loro lande e paludi. Entrambi gli ordini hanno preso molta parte al prosciugamento dei polder della Fiandra e alla messa a coltura della Germania orientale. Le proprietà che vi fondano sono di tipo completamente nuovo, dove si rivela, per la prima volta nel Medio Evo, il principio del grande sfruttamento agricolo. Anziché essere spezzettate in proprietà familiari, le terre dissodate vengono organizzate in grandi fattorie dove i lavoranti, sotto la direzione di un monaco, sono "fratelli conversi", o contadini liberi. Vi si pratica la coltura dei cereali o l'allevamento del bestiame, non più, come una volta, in vista del consumo diretto del convento, ma della vendita sui mercati. Il lavoro è affrancato dalle corvè e non deve pagare altri oneri oltre la decima. I profitti ricavati servono ad acquistare nuove terre e a portare avanti il dissodamento.
I proprietari dei vecchi feudi, non potendo disporre di terre proprie a causa dei diritti ereditari che i vassalli esercitavano su di esse, fecero molta fatica ad affrancarsi dalla tradizione. Oberati di debiti e giunti agli estremi per la continua diminuzione delle entrate, a partire dalla fine dell'undicesimo secolo, dovettero comunque prendere le misure decisive. Le "corti" feudali, un tempo coltivate dai servi, furono ripartite in piccoli fondi e distribuite, dietro pagamento di un canone in natura o a mezzadria, o trasformate in grandi fattorie. Ai contadini fu permesso, dietro pagamento in denaro, di liberarsi non solo delle corvè, ma anche del canone-capitale, del diritto di matrimonio, del diritto di manomorta, insomma, di tutte quelle istituzioni che erano sopravvissute a un'epoca passata, e avevano perso la loro utilità. Solo nelle regioni difficilmente accessibili o molto lontane dai grandi flussi commerciali la servitù conservò la sua forma primitiva. Altrove, dappertutto, se non scompare, si attenua. Si può dire che a partire dall'inizio del tredicesimo secolo, la classe rurale nell'Europa occidentale e centrale è divenuta, o sta per diventare, una popolazione di contadini liberi. E questa grande trasformazione si è compiuta senza rivendicazioni violente, senza il concorso di princìpi o di teorie, come conseguenza inevitabile della ripresa del commercio e della nascita delle città che, fornendo all'agricoltura gli sbocchi di cui fino ad allora era stata privata, l'hanno costretta a modificare l'organizzazione tradizionale e ad adottare forme di sfruttamento più libere e attenuate. Il progresso economico distrugge il patrocinio sociale che il signore aveva esercitato fino a quel momento sui suoi uomini. Man mano che la libertà si sostituisce alla servitù, il proprietario si spoglia sempre più dell'antico carattere familiare e l'interesse materiale tende a diventare la sola norma dei suoi rapporti con i vassalli.


3. Altre conseguenze.

La nascita delle città, nel corso dell'undicesimo secolo, modificando così profondamente lo stato sociale dell'Europa, non ha mancato di agire anche sulla vita politica e religiosa. Togliendo allo Stato il carattere essenzialmente agricolo e sottoponendo la popolazione rurale all'attrazione e all'influenza dei centri urbani, gli ha fatto riguadagnare tutto il cammino perduto con le invasioni dei barbari. Come nell'impero romano, anche se in condizioni assai diverse, la città riprende il suo posto nella società politica. Grazie a essa, da errante che era, l'amministrazione incomincia a diventare stabile. Ma soprattutto - ed è il progresso più notevole che, dall'epoca carolingia, sia stato compiuto nell'ordinamento civile - incomincia anche a disporre di un personale laico e istruito. Fin qui, lo Stato non aveva potuto fare a meno di prendere dalla Chiesa tutti i funzionari per i quali era indispensabile un certo grado d'istruzione. Ormai, li sceglie, e sempre più numerosi, tra la borghesia. Infatti, a differenza dei nobili, la cui professione militare non richiede altro tirocinio se non quello delle armi, il borghese, per le necessità del commercio, sente il bisogno di un'istruzione meno rudimentale. Al mercante è indispensabile saper leggere e scrivere, e dal dodicesimo secolo, non esiste città di una certa importanza che non possieda la propria scuola. All'inizio, l'insegnamento viene impartito tutto in latino, ed è infatti in latino che sono stilati i più antichi atti dell'amministrazione urbana e i più antichi documenti commerciali che noi possediamo. Ma si tratta soltanto di uno stadio intermedio per il quale, all'inizio, è stato necessario passare, data l'impossibilità di procurarsi maestri al di fuori della Chiesa. Era evidente che la popolazione borghese non poteva continuare a lungo a utilizzare, per la pratica quotidiana degli affari, una lingua che non fosse quella che parlava. Dall'inizio del dodicesimo secolo, accade quel che doveva accadere: la lingua volgare viene utilizzata dagli scribi di città, ed è significativo che questa novità abbia luogo prima di tutto nel paese dove la vita civica è più sviluppata, vale a dire in Fiandra. Il primo atto di questo genere che possediamo è un documento di scabinato dotale dell'anno 1204, in dialetto piccardo. Man mano che l'amministrazione urbana si fa più complessa, che il magistrato intrattiene una corrispondenza più vasta e deve giudicare controversie più gravi, che la tenuta della contabilità comunale richiede più accuratezza e conoscenze, il livello d'istruzione richiesto al personale impiegato dalla città, ai notai e agli avvocati a cui ricorrono i privati, aumenta in proporzione e si forma così, in seno alla borghesia, una classe di esperti laici molto più adeguati alle esigenze dell'amministrazione civile per la conoscenza che hanno del mondo e degli affari, di quanto non lo fossero gli ecclesiastici, ai quali era stato giocoforza ricorrere fino a quel momento. A partire dalla fine del dodicesimo secolo, il numero di coloro che entreranno al servizio dei principi e dei re e che metteranno la loro intelligenza al servizio dello Stato non farà che aumentare. Si può affermare che i primi impiegati laici che l'Europa abbia mai conosciuto, dalla scomparsa della burocrazia imperiale romana, le siano stati forniti dalla borghesia.
E, mentre le città contribuiscono potentemente a laicizzare lo Stato, esercitano al tempo stesso sulla sua organizzazione un'influenza che, nel corso dei secoli, andrà sempre aumentando. Ovunque assumono nella vita politica un posto via via più importante, sia che, come in Francia, servano al re per combattere le pretese dell'alto feudalesimo, sia che, come in Inghilterra, si uniscano ai baroni per estorcere alla corona le prime libertà nazionali, sia che, come in Italia e in Germania, si trasformino in repubbliche indipendenti. L'assenza di una borghesia, negli Stati slavi, mostra quanto gli Occidentali le siano stati debitori.
La Chiesa non poteva sfuggire alla loro azione più di quanto fosse possibile alla società civile. Con la rinascita della vita urbana, le si schiude davanti un'epoca in cui la devozione e la carità acquistano nuovo slancio, ma in cui si pongono anche questioni gravissime, scatenate da conflitti sanguinosi. Non esiste niente di più appassionato e profondo della religione della borghesia. A provarlo, basta l'incredibile miriade di confraternite, gilde, associazioni di tutti i tipi, che, in ogni città, si dedicano alla preghiera o alla cura dei malati, dei poveri, delle vedove, degli anziani e degli orfani. Dalla fine del dodicesimo secolo, le beghine e i begardi che uniscono l'ascetismo alla vita laica, si diffondono di città in città. Senza la borghesia, sarebbe stato impossibile fondare nuovi ordini: Francescani (1208) e Domenicani (1215), il cui spirito informa tutto il misticismo ortodosso del tredicesimo secolo. Con questi monaci mendicanti, il monachesimo lascia per la prima volta la campagna per il centro urbano. Sono le elemosine della borghesia a farli vivere; è tra i borghesi che vengono reclutati, è per i borghesi che esercitano l'apostolato, e a dimostrare il loro successo basta la moltitudine di frati del Terzo Ordine, che si uniscono ai francescani e provengono indifferentemente dalla classe dei commercianti e degli artigiani.
La devozione urbana, lo si vede, è una devozione attiva. Qui - e ancora una volta si tratta di un fenomeno nuovo - i laici collaborano direttamente alla vita religiosa e, a fianco del clero, pretendono di esercitarvi un ruolo. Da ciò, un duplice pericolo per la Chiesa. Il primo e più grave, minaccia l'ortodossia. Più i borghesi si interessano alle cose religiose, più sono esposti a lasciarsi prendere dalle dottrine manichee che, nell'undicesimo secolo, si infiltrano dall'Oriente in Europa, o dall'entusiasmo per i sogni mistici degli "Apostolici" o dei "Fratelli del libero Spirito". È molto significativo che l'Occidente non sia stato turbato dall'eresia prima della rinascita delle città. La prima, la più potente che abbia conosciuto fino alla comparsa del protestantesimo, quella dei Catari, incomincia a diffondersi proprio nell'undicesimo secolo ed è quindi assolutamente contemporanea al movimento urbano. E non bisogna dimenticare che il fondatore della setta dei Valdesi è un mercante di Lione. Anche dopo i terribili massacri degli Albigesi, le popolazioni urbane di tutta Europa non cesseranno più, or qua, or là, di nascondere confraternite sospette, in seno alle quali le aspirazioni del proletariato contribuiscono a orientare il misticismo verso confuse visioni di trasformazioni sociali, che vagheggiano di realizzare il regno dei giusti sulle rovine della Chiesa e dello Stato, nel comunismo.
Senza dubbio non sono che eccezioni. Ma ciò che è comune a tutte le città, ciò che costituisce uno dei tratti che più colpiscono del loro spirito, è l'atteggiamento che assumono nei confronti del potere ecclesiastico. Con la nascita delle città, i rapporti fra autorità laica e autorità spirituale entrano in una fase nuova. Dall'epoca carolingia, la causa dei conflitti scoppiati fra i due poteri, era stato lo sforzo dei re di sottomettere la Chiesa e di asservirla alla loro politica, e ciò non è altro che la conseguenza dell'alleanza tra Chiesa e Stato; la questione era sapere quale dei due avrebbe dovuto prevalere nella società. Ma né l'uno né l'altro cercavano di privare il rivale delle sue prerogative o dei suoi privilegi. In gioco, era il rapporto di forze, non la loro natura. Nelle città le cose stanno in tutt'altro modo. Qui, ciò che è in pericolo è la situazione stessa di cui la Chiesa beneficia come corporazione privilegiata. Le città attaccano a viso aperto e direttamente i suoi tribunali, le esenzioni in materia di finanze, il monopolio che pretende di esercitare in materia di istruzione. Dalla fine del dodicesimo secolo, eterni conflitti mettono i poteri municipali a confronto con i capitoli e i monasteri situati all'interno della cinta urbana, o addirittura con il Vescovo della diocesi. Si ha un bel fulminare contro di loro la scomunica o l'interdetto; non desistono dal loro atteggiamento. All'occorrenza, non esitano a costringere i preti a dir messa e ad amministrare i sacramenti. Per quanto religiose, per quanto ortodosse, intendono impedire alla Chiesa di intervenire nell'ambito di pertinenza degli interessi temporali. Il loro spirito è prettamente laico ed è in questo senso che va considerato come la causa prima e remota del Rinascimento.
Si può dunque dire che, a partire dalla nascita delle città e dalla formazione della borghesia, ci si trova in presenza di un'Europa nuova. Tutta la vita sociale è trasformata: la popolazione è raddoppiata; la libertà si diffonde, il commercio e l'industria, la circolazione del denaro, il lavoro intellettuale si aprono uno spazio sempre più ampio e offrono nuove possibilità allo sviluppo della Società e dello Stato. Prima della fine del diciassettesimo secolo, non ha mai avuto luogo una rivoluzione sociale - non dico intellettuale - altrettanto profonda. Fino a questo momento, gli uomini hanno soprattutto vissuto rapporti di clientela; ora, si sottomettono sempre più a rapporti politici. La sola circolazione esistente in Europa era quella della Chiesa verso Roma e verso i centri religiosi. Ora, accanto a quella, appare una circolazione laica. La vita si porta verso le coste, verso i grandi fiumi, verso le vie di comunicazione naturali. La civiltà era puramente continentale; ora diventa marittima.
Certo, non bisogna esagerare. La Chiesa continua a dominare il mondo delle idee e la terra rimane la base su cui poggia la nobiltà, e anche lo Stato. Ma le radici dell'albero che viene a impiantarsi sul muro, senza volere, per il semplice fatto che cresce, ne svellerà poco per volta tutte le pietre. Le città non hanno voluto distruggere quanto esisteva, ma ricavarsi il proprio spazio. E a poco a poco questo spazio diventerà sempre più ampio, così ampio che ben presto saprà creare un nuovo stato di cose. Le città, nella civiltà europea, sono state in sostanza il fattore di progresso, non certo nel senso che tutto sia dovuto a loro, ma nel senso che hanno preparato le condizioni indispensabili a tutti questi rinnovamenti. Dal momento in cui nasce la borghesia, la civiltà sembra risvegliarsi, scuotersi; è più mobile, più nervosa. Dal settimo all'undicesimo secolo, troviamo dappertutto un movimento analogo. E, invece, quanta varietà dopo l'undicesimo secolo! Il dosaggio delle borghesie differisce da paese a paese, conferendo a ciascuno un carattere nazionale originale, prima sconosciuto. I centri di attività del mondo sono tutti là dove si affolla la popolazione urbana: Parigi, Lombardia, Toscana, Venezia, la Fiandra, il Reno.
C'è una specie di contraddizione fra l'entusiasmo delle città del tredicesimo secolo per gli ordini mendicanti e l'attività capitalista che svolgono. Si entusiasmano per l'ideale della povertà, ma perseguono la ricchezza.
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FINE Parte 2.